Referendum scuola. Non servirà solo raccogliere le firme, ma riprendere le lotte!

Articolo di Luca Scacchi

di Luca Scacchi. Il 7 febbraio scorso, con  l’assemblea nazionale promossa dai comitati Lip a Napoli, è partito il percorso referendario contro la cosiddetta Buona Scuola di Renzi. L’assemblea infatti ha approvato all’unanimità la costituzione del Comitato promotore del referendum abrogativo della legge 107/215. A dar vita al Comitato, un fronte ampio e variegato: all’assemblea erano infatti presenti (oltre ai comitati LIP, ovviamente) la FLC CGIL, i Cobas Scuola, la GILDA, Unicobas, CUB Scuola, SGB (la recente scissione della USB), vari Coordinamenti e associazioni precari, l’Unione degli Studenti, Link e diversi collettivi studenteschi, vari comitati e associazioni in difesa della scuola pubblica. All’assemblea, e quindi comitato, eravamo presenti anche noi, come area congressuale Il sindacato è un’altra cosa – Opposizione CGIL nella FLC.

Quattro i quesiti discussi, che si stanno definendo in questi giorni: 1) Contro la chiamata diretta degli insegnanti da parte dei dirigenti; 2) Per l’abolizione delle detrazioni fiscali (school bonus) sulle spese sostenute per l’iscrizione a scuole anche private; 3) Per riportare il comitato di valutazione alla sua composizione e funzioni originarie (eliminando quindi il bonus di merito ai docenti); 4) Per eliminare l’aumento delle ore di alternanza scuola lavoro e la sua estensione anche ai licei. Al termine di questo lungo percorso, cioè, si è riusciti a costruire un articolazione di referendum che colpisce i principali nodi della controriforma renziana: i super poteri dei dirigenti scolastici e la competizione tra scuole omogenee, il potenziamento dei finanziamenti privati alla scuola anche per differenziare tra loro i diversi istituti scolastici, la costruzione di una diversificazione stipendiale e di una competizione tra docenti attraverso la valutazione, la focalizzazione della scuola al mercato del lavoro ed al servizio delle imprese.

E’ un ottimo risultato, non scontato in partenza. Come è un ottimo risultato che a sostenere questo percorso referendario ci sia un fronte ampio e articolato di strutture sindacali, associazioni e coordinamenti studenteschi, comitati e gruppi in difesa della scuola pubblica. Per questo anche noi, come Area sindacale in categoria e confederale, siamo presenti in questo comitato referendario, sosteremmo la raccolta firme e la conseguente campagna politica ed elettorale.

E’ un ottimo risultato, che arriva però molto tardi. Forse troppo tardi. Nella vita, i tempi sono importanti. Talvolta, purtroppo, sono tutto. Se si fosse riusciti a raccogliere le firme entro lo scorso autunno, avremmo potuto votare questa primavera (insieme al referendum No-triv, rafforzando reciprocamente le due campagne). Avremmo potuto collegare la ripresa della lotta nel corso dell’autunno a questa prospettiva abrogativa, avremmo potuto arrivare al voto ancora sull’onda e con la spinta di una forte opposizione nelle scuole di tutta Italia. La costruzione attenta e partecipata di questo ampio fronte, lo sforzo non scontato di riuscire a mantenerlo colpendo tutti gli elementi principali della controriforma, tutto questo ha dovuto pagare un prezzo: il tempo.

Così oggi questo comitato referendario arriva a costituirsi quando una soluzione di continuità con le lotte della scorsa primavera si è oramai consumata. Quel movimento, quella battaglia, è stata spenta dalla lunga pausa estiva, ma soprattutto dall’irresponsabile inerzia dei sindacati di categoria, che hanno scelto consapevolmente di non bloccare le scuole il primo giorno dell’anno e di non innescare nuovamente una dimensione di massa della protesta.
In nome dell’unità con CISL, UIL e SNALS non si è convocata un ora di sciopero, in tutto l’autunno ed ancora oggi. Si è dissolto nel nulla l’annunciato “Vietnam” per bloccare l’applicazione della legge. Di più, e quasi paradossalmente, questo Comitato referendario arriva proprio nel momento in cui i principali sindacati di categoria (tra cui la FLC CGIL) hanno deciso di firmare un primo accordo di applicazione di quella legge, sui trasferimenti dei docenti tra le sedi.
Un accordo, certo, che prova a limitare alcuni effetti perversi della controriforma di Renzi: mantiene la titolarità di scuola (basata quindi su graduatorie oggettive) per la mobilità entro le Provincie e per alcuni docenti (quelli da tempo in ruolo e quelli assunti nelle prime fasi della riforma), evitando quindi di attivare per loro i nuovi percorsi più o meno discrezionali di incardinamento in una scuola. Questo accordo però, appunto, divide i lavoratori e le lavoratrici: solo alcuni sono salvaguardati, mentre vengono lasciati nella giostra del nuovo sistema quelle migliaia di docenti chiamati a lavorare lo scorso autunno anche a centinaia, o migliaia, di chilometri dalle proprie famiglie. Questo accordo, soprattutto, mantiene una significativa ambiguità sul nodo fondamentale della chiamata diretta: rimanda la definizione delle nuove prassi ad un eventuale sequenza contrattuale (un successivo accordo), che potrà introdurre la chiamata diretta (la scelta discrezionale dei Dirigente scolastico) o un riferimento al Piano formativo triennale delle scuole (creando quindi organici omogenei, con istituti tra loro in competizione).
Si avvia cioè oggi quel percorso referendario, proprio quando inizia a trovare applicazione concreta la riforma che si vuole abrogare. Non riuscendo quindi a mantenere il collegamento e la continuità tra movimento di lotta e processo abrogativo.

Certo, la resistenza non si è dissolta. E’ continuata scuola per scuola, soprattutto nel contrasto del Comitato di Valutazione, rallentando la sua elezione e vincolando politicamente le sue decisioni unicamente alle sue funzioni essenziali (la chiusura del periodo di prova, senza una valutazione di merito per i bonus) o a criteri oggettivi di lavoro, individuati dai Collegi docenti e/o dalle RSU di scuola. Queste impostazioni, ad oggi, hanno coinvolto migliaia di scuole, forse più della metà di quelle presenti nel paese. Ma come abbiamo detto tante volte, la resistenza scuola per scuola non può fermare questa legge. E’ necessario riprendere una mobilitazione complessiva.

Per questo abbiamo sottolineato a Napoli, e ribadiamo qui, la necessità di accompagnare le campagne referendarie con la ripresa della mobilitazione nelle scuole contro la legge 107 e contro tutti gli atti che la applicano, a partire dal contratto sulla mobilità che purtroppo verrà sottoscritto anche dalla Flc Cgil. In questo clima di dismissione, il rischio di andare incontro a ulteriori sconfitte è presente. Per questo il primo obbiettivo è quello di riprendere i conflitto contro questa riforma della scuola: accompagnare la raccolta firma con la ripresa dello stato di agitazione, assemblee nelle scuole e nelle città, il ritiro della firma da ogni accordi applicativo della legge 107, la convocazione in primavera di uno sciopero generale della scuola.

Per questi obbiettivi, per questo doppio passo dell’iniziativa, ci impegneremo nella FLC, nelle scuole, in tutte le occasioni di lotta e di resistenza.

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