Eni abbandona il ciclo integrato… Rischi per l’occupazione in Italia!

Comunicato delegati CGIL ENI UPSTREAM San Donato Milanese

Non appena insediato da Renzi al vertice ENI (aprile 2014), l’attuale AD aveva subito annunciato di voler modificare profondamente il Gruppo ENI, trasformandolo da colosso industriale italiano a società petrolifera multinazionale sul modello di major come ExxonMobil e British Petroleum.
La ricetta, confermata nel piano triennale di luglio 2104, era semplice: puntare tutto sulla ricerca di idrocarburi, intervenendo con pesanti riorganizzazioni sulle altre attività che hanno fatto la storia del Gruppo ENI. Un piano che pareva andare innanzitutto a discapito della raffinazione e del segmento petrolchimico, con abbandono del ciclo integrato e la perdita occupazionale e di prospettive industriali per l’intero Paese, e quindi prevedeva il disimpegno del gruppo anche dalla storica consociata Saipem. Il tutto condito con un feroce ed indiscriminato taglio dei costi.

La domanda, peraltro fintamente banale, è chi ha imposto questa ricetta al Top Management aziendale?
Stiamo assistendo ad una devastante coincidenza di interessi a breve termine tra l’azionista di riferimento, ovvero il Governo, l’alta dirigenza del Gruppo ed i mercati finanziari rappresentati dai fondi azionisti del gruppo. Ciò che tiene insieme questi soggetti, dettando le scelte strategiche, è il continuo bisogno di fare cassa per continuare a pagare lauti dividendi agli azionisti. La via individuata pare sia forzare la specializzazione sulle sole attività che garantiscono un alto ritorno economico in tempi brevi (meglio se brevissimi), nonché la vendita di ciò che rende meno per fare cassa. Il rischio è  purtroppo l’assenza di un progetto a lungo termine e l’azzeramento degli investimenti industriali; Eni rischia di fare la fine di un motore tirato al massimo e spompato fino alla fusione definitiva. Questo potrebbe non interessare ai fondi speculativi, alla finanza e per assurdo, neppure al Top Management, ben consapevole di avere tutto sommato un orizzonte di tempo limitato. Ma noi riteniamo che l’azionista di riferimento, ovvero il Governo, stia facendo un calcolo di assoluta miopia.
Favorite dai bassi costi della materia prima infatti, tornano ad essere redditizie ed interessanti le attività del ciclo integrato, raffinazione e petrolchimica in testa. Concentrarsi su esplorazione e produzione rischia di essere un pericoloso errore specie perché i prezzi sono in continua contrazione, a fronte di una domanda di mercato inferiore all’offerta sia per la crisi economica che per la decisione OPEC di aumentare le produzioni.
Non solo ma, se guardiamo le altre Mayor, possiamo notare un fermento nelle attività di acquisizioni di “assets”, favorite dai prezzi bassi, non certo da svendite di partecipazioni e quote di campi e produzione.
A pagare sarà l’Italia, che perderà una società all’avanguardia; non solo ma alla lunga sarà lo stesso Governo a dover gestire l’impatto sociale dei suoi tagli.

Nonostante le opposizioni sindacali, che fanno quello che possono nel più totale isolamento, il piano di dismissione e concentramento sulla sola attività di ricerca ed estrazione idrocarburi prosegue senza sosta. Dappertutto vige un indiscriminato taglio dei costi, che purtroppo accomuna però sotto questa voce sia costi effettivi che investimenti… Si tagliano corsi di formazione, partecipazione a congressi, studi e progetti di sviluppo, categorie e premi, si evitano le trasferte, si risparmia su tutto … Questo però non impedisce di fare 15 nuovi Executive VP e una trentina di nuovi dirigenti … come al solito le scelte sono ben orientate …
Attraverso la riorganizzazione si prevede di ridurre le spese generiche di un quarto, cioè di mezzo miliardo all’anno; in attesa di capire se gli obiettivi verranno centrati, l’AD ha accorciato la catena di controllo e accentrato su di sé parte dei poteri che in precedenza erano divisi tra i direttori generali. Sistema spiccio per evitare “deragliamenti” dalla linea dei tagli ma che potrebbe alla lunga portare ad un immobilismo nella catena decisionale.
Quanto alla situazione industriale, abbiamo già visto come i ridimensionamenti successivi degli investimenti previsti nei vari piani di razionalizzazione della Raffinazione abbiano portato di fatto alla chiusura della raffineria di Gela e al forte ridimensionamento di Marghera, il cui futuro pare oggi molto incerto, al di là degli annunci. Peraltro non se la passano bene neppure Livorno, da anni in vendita, e Taranto che in prospettiva Eni vorrebbe trasformare nel deposito dell’olio di Val d’Agri, trasferendo altrove le attività di raffinazione (Croazia o addirittura Egitto). Né questo processo si è fermato con il ritorno all’utile della raffinazione; Eni intende limitare la raffinazione al solo sito Sannazaro, con un contraccolpo occupazionale notevolissimo, specie in prospettiva, e con l’aggravante di colpire aree del paese già in crisi per mancanza di lavoro.
Né va meglio nella chimica; si era partiti con la svendita degli impianti di Sarroch a SARAS a fine 2014 e si è giunti all’attuale annuncio della cessione dell’intera Versalis. Si noti che l’Italia è ancora oggi il terzo produttore chimico d’Europa, dietro a Germania e Francia, anche se da tempo ormai manca un colosso tricolore paragonabile ai leader globali (Basf fattura più 72 miliardi di euro, tutta la chimica italiana ne vale 52). Il baricentro della chimica di base del pianeta peraltro si è spostato verso l’Oriente, dove l’accesso alle materie prime e i costi energetici sono molto più competitivi. Le imprese della Penisola hanno quindi puntato al rinnovamento del proprio “core business” verso nicchie di mercato ad alta profittabilità, quali prodotti da fonti rinnovabili, biomasse ed intermedi con applicazioni avanzate nell’industria. Anche Versalis ha impostato da anni un cambiamento di pelle, dalla petrolchimica di base alle specialità “green”, che non è stato indolore; la società ha dismesso impianti, come Sarroch e Hyte (UK), ha perso fatturato (da 7 a 5 miliardi) e ha visto aumentare l’indebitamento netto a 2 miliardi. Oggi però la chimica Eni, che fattura 5,2 miliardi ed impiega 4170 lavoratori per complessivi 12 impianti, mostra un bilancio che torna in positivo: da una perdita di 540 milioni nel 2014, a un primo semestre 2015 che evidenzia un Ebit rettificato a +90 milioni.
Adesso servirebbe completare il piano di trasformazione, con investimenti in Italia già previsti per 1,2 miliardi di euro che comprendono lo sviluppo dei prodotti derivati da biomasse, la conversione a chimica verde di Porto Torres in collaborazione con Novamont, la trasformazione in bio-raffinerie di Gela e Marghera.
Ma, invece di puntare sul definitivo risanamento del ciclo integrato, l’AD rinuncia alla storia industriale di Eni nel paese, mettendo in vendita la società; si parla di una cessione pesante, fino al 70% della partecipazione ENI. Tra i capofila per l’acquisto, ci sarebbe il fondo di private equity statunitense SK Capital. Non si tratta infatti di un partner industriale quanto piuttosto di un fondo di investimenti. Il timore è che simili soggetti si limitino ad acquisire le quote di mercato e il portafoglio clienti, trasferendo altrove la produzione. L’impressione è che si punti a fare cassa a breve termine, piuttosto che politica di sviluppo.
L’ultimo settore con cui l’AD vuole fare cassa è Saipem, 48 mila dipendenti e un portafoglio di ordini che nei primi sei mesi di quest’anno ha raggiunto 24 miliardi di euro. Il destino della consociata pare simile a quanto accaduto per Snam Rete Gas, con intervento della Cassa Depositi e Prestiti tramite il Fondo Strategico Italiano che ha acquisito una partecipazione del 12,5%. Il CdA Saipem ha deliberato un aumento di capitale da 3,5 miliardi di euro; Eni e FSI garantiranno la sottoscrizione delle loro quote, mentre la restante parte sarà assicurata da un consorzio di banche. Nell’ambito del piano di riassetto del proprio debito, Saipem attingerà dal sistema bancario finanziamenti per 4,7 miliardi di euro, di cui 3,2 miliardi serviranno a rimborsare i crediti residui verso Eni. La restante linea di credito da 1,5 miliardi garantirà invece a Saipem la liquidità necessaria per le proprie esigenze finanziarie. La preoccupazione qui riguarda il nuovo piano industriale, in merito al quale la nebbia è fitta; si teme uno spezzatino che comporti cessione in esterno e chiusure di una serie di attività.
Questi in sintesi i motivi delle iniziative sindacali che si sono susseguite finora e di quelle che seguiranno, in merito alle quali vi terremo informati con successive note.

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