Saipem-ENI. Lavoratore svegliati. L’incubo sta arrivando

Comunicato Rsu Saipem Fano e volantino

LAVORATORE…..SVEGLIATI CHE L’INCUBO STA ARRIVANDO!!!
Sulla base del lancio dell’operazione “Fit for the Future” (traduzione: (ri)dimensionati per il futuro), all’assemblea straordinaria degli azionisti di Saipem SpA del 2 dicembre scorso [42,913% ENI, 5,045% Dodge&Cox (fondo di investimento USA oggi al 12,22%), People’s Bank of China 2.027%, e altri azionisti (dati al 31/12/2014)] è stata proposta dal Consiglio di Amministrazione (leggi Renzi, Descalzi e Confindustria) ed approvata l’”Operazione” che prevede il rifinanziamento del debito, la ricapitalizzazione della società per oltre 3 mld di euro tramite aumento di capitale e l’intervento economico di un gruppo di banche e grossi gruppi di investimento; di fatto, l’uscita dal Gruppo ENI.
Lo stesso Gruppo ENI è quello che negli ultimi anni ha tacitamente consentito il decollo del debito di Saipem (6,9 mld lordi di euro (5,7 netti), contratto al 93% nei confronti di ENI stessa) con investimenti sconsiderati in rapporto all’andamento in discesa dei prezzi del petrolio, degli effetti diretti ed indiretti del mercato  e della conseguente situazione di perdurante crisi economica globale. Chissà cosa ne pensa la magistratura italiana?
Da notare che nel Punto 2.6 della sezione II della “Relazione illustrativa” redatta dal CdA e proposta all’approvazione dell’assemblea di martedì 2 dicembre c’è scritto che “in conseguenza dell’Operazione non si prevede alcuna variazione dei compensi dei componenti dell’organo di amministrazione di Saipem né di alcuna delle società dalla stessa controllate”.
E ci mancherebbe che chi ha portato Saipem sull’orlo del tracollo finanziario oggi si autoriduca lo stipendio!

Si sta cercando di uscire da un periodo di crisi con la stessa classe dirigente che ci ha trascinato in questa situazione: cambiato il vertice, le seconde linee in carica rimangono le stesse.

Ma per i lavoratori invece il trattamento è diverso………..
Da mesi viene chiesto ai dipendenti un ulteriore sforzo su ferie, missioni e straordinari.
A 3 mesi dalla presentazione di “Fit for Future” fatta a Londra dall’AD, nella quale si annunciavano 8800 esuberi, non è stato ancora presentato formalmente un
Piano Industriale di rilancio della società, non si conosce la distribuzione geografica degli esuberi, ne’ quali strumenti verranno utilizzati per arrivarci, ma sono state elargite a piene mani garanzie sul mantenimento dei livelli occupazionali in Italia, secondo noi poco sincere, ed infatti i lavoratori a tempo determinato, lasciati a casa dall’oggi al domani, ne sanno già qualcosa.

Ebbene, poche ore dopo che L’AD di Saipem S.p.A., in Audizione alle commissioni riunite di Camera e Senato del 17/11, affermava che “Saipem ha il cuore e la testa in Italia e non si sarebbero previsti significativi cambiamenti” veniva invece aperta una procedura di cessione ramo di azienda dei centri esecutivi di Roma e Vibo a Tecnomare (ENI).
La società ha avviato la “cura di cavallo” in Italia: Attività Ambientali di Saipem cedute a Syndial, centri esecutivi di Roma e Vibo ceduti a Tecnomare e si vocifera che settore Infrastrutture e settore Costruzione potrebbero seguire il medesimo destino.

E infatti, alla domanda in Audizione alle commissioni riunite di Camera e Senato del 17/11:
”Quanto è sensibile il piano industriale presentato da Saipem ai prezzi oil & gas, oggi a bassi livelli?”
L’AD dichiara::
“[…]Fermo restando la difficoltà nel fare previsioni affidabili su questi aspetti, in tale scenario è possibile ipotizzare la necessità di ricorrere a ulteriori operazioni di ottimizzazione della struttura, dei costi e di razionalizzazione del business.”

Si alienano così i rami di azienda: oggi in famiglia, domani al migliore offerente (russo, cinese, chissà?) con buona pace delle promesse di mantenere le produzioni di eccellenza in Italia.
I dati oggettivi parlano chiaro: siamo di fronte a uno spezzatino, sempre smentito dal top management, per soddisfare il piano di smaltimento degli 8.800 esuberi nell’ambito del “Fit for the Future”, piano che non ha un punto di partenza ben definito, ma soprattutto non ha un chiaro punto di arrivo.
Per questo abbiamo scioperato il 26 novembre, per far sapere che a questa lenta distruzione di Saipem, beffardamente accompagnata sempre da parole positive e di conforto, noi siamo contrari e non vogliamo assistere passivi.
Parole e fatti non corrispondono: vogliamo CHIAREZZA e GARANZIE!
La realtà è che ENI (lo stato italiano), dopo oltre 50 anni in cui gli abbiamo fatto guadagnare miliardi di lire e di euro, prestigio dal punto di vista delle capacità e know-how, ha deciso, in concerto con l’attuale governo, una strada diversa: liberarsi dei propri apparati produttivi di qualità.
La realtà è che non c’è nessun piano concreto di rilancio per Saipem, ma solo di riduzione costi (stile prediletto dell’attuale governo):
• Sappiamo solo che sono annunciati 8.800 esuberi di lavoratori (i lavoratori vengono considerati costo e non risorsa!) operazione che, insieme alla dismissione di alcuni mezzi navali e al ridimensionamento delle attività in alcuni paesi, dovrebbe ridurre il debito di 1.5 mld in tre anni.
• Sappiamo che in Italia da mesi ormai è a rischio il posto di lavoro per tutti gli assunti a tempo determinato (TD), che ammontano a circa 880 persone e sono un patrimonio aziendale di competenze e di professionalità.
• Sappiamo anche che il welfare di ENI può essere vantato da poche altre società al mondo (mense, asili, prestiti agevolati e molto altro) e forse no lo avremo più.
• Sappiamo di un indotto quasi totalmente azzerato.
• S sappiamo, o meglio è immaginabile, che il debito di Saipem che verrà garantito da un gruppo di banche e di investitori dovrà essere onorato in tempi brevi.
Preoccupiamocene subito!

La dirigenza Saipem non ha saputo articolare una valida strategia in tempo utile, attrezzando per tempo l’azienda,  per affrontare questa crisi di mercato, non è giusto quindi che tutta questa crisi sia pagata dai lavoratori, con scelte drastiche senza poter avere voce in capitolo sul proprio futuro.
E’ altresì vero, invece, che i dirigenti che c’erano allora, a parte poche unità fuoriuscite o finite nei guai con la legge, sono ancora lì a pontificare: sarà il caso di chiedersi se sia giusto così oppure no? Se siano le persone giuste per voltar pagina? Se ai vecchi modi di fare siano capaci di sostituirne dei nuovi ?
Secondo noi chi opera scelte dirigenziali deve prendersi le proprie responsabilità davvero. E’ troppo facile tirare a campare fino a quando arrivano i guai e scaricare solo sui lavoratori i costi delle crisi, da mala gestione aziendale o globali che siano.
Il 28 Ottobre abbiamo dovuto salutare, nostro malgrado, il cane a sei zampe con la promessa dei nostri vertici che questa sarebbe stata per Saipem un’opportunità per perseguire più liberamente il suo business, offrendosi come General Contractor autonomo alle grandi Oil Company mondiali, senza l’intralcio del competitor ENI. Ad oggi però non abbiamo ricevuto nessun beneficio dal nuovo logo lanciato per l’occasione, dalla nuova versione 2.0 di Saipem.
Forse la cosmesi non è piaciuta granchè!
BASTA BUGIE
Avevamo arrotolato lo striscione “CONTRO LA CESSIONE DI SAIPEM” perché ormai la cessione da parte di ENI era già avvenuta. La voce locale dei lavoratori, forse troppo timida e senza il rinforzo con azioni di contrasto più sostanziali e prolungate, non ha influito a sufficienza sulle scelte aziendali che sono state prese esclusivamente ad alti livelli finanziari. Ma oggi, alla luce delle cessioni di rami d’azienda già fatte e di quelle che si prospettano,  lo striscione ritorna purtroppo attualissimo contro la cessione fatta “un pezzo alla volta”, contro la disintegrazione volontaria e colpevole di una eccellenza mondiale nel campo della progettazione ed esecuzione lavori oil&gas.
Pretendiamo CHIAREZZA E GARANZIE su quale sia il reale punto di caduta nel lungo periodo di tutto questo processo di ristrutturazione che si rivela essere sempre più di destrutturazione.
I rapporti tra RSU ed azienda sono sempre più freddi e le decisioni unilaterali prese da    quest’ultima (per es. l’imposizione di ferie collettive senza l’avallo di RSU) non aiutano certo a distenderli e a capirci di più.
Non bastano neanche le risposte scritte che l’AD e il Presidente di Saipem hanno mandato alle commissioni riunite di Camera e Senato e che rassicurano sul futuro del centro esecutivo di Fano: come possiamo credergli se i fatti non lo confermano ed ogni giorno viene alla luce un nuovo pezzo di una ignota strategia segmentata di ristrutturazione aziendale?
Chi andrà a chiedere conto a questi personaggi quando smentiranno con i fatti ciò che hanno dichiarato di fronte al Parlamento?
Siamo in un paese che si è abituato a tutto, anche a chi mente sapendo di mentire, di fronte alla più alta rappresentanza del popolo italiano.
E come può essere altrimenti se proprio al governo siedono i massimi esperti della comunicazione, non della politica, capaci di far credere che stanno facendo una cosa mentre in realtà fanno l’esatto contrario (vedi Jobs Act)
E basta con la bugia più grossa che si sente raccontare, soprattutto nei nostri ambienti, ovvero che il Governo non ha una politica industriale.
Non è vero.
Il Governo e Confindustria un piano industriale ce l’hanno: è un piano di destrutturazione, svendita, demolizione, smantellamento del patrimonio produttivo, industriale ed energetico italiano.
E’ un piano chiaro e coerente che smembra, indebolisce e depaupera tutto quello che c’era e che ci potrebbe ancora essere di buono, come Saipem ed ENI. Si svende, se non regala, al primo che capita, agli amici degli amici, a facoltosi acquirenti esteri (attratti magari da incentivi pagati di tasca nostra, come nel caso Lamborghini).
Cassa Depositi e Prestiti, Poste Italiane, Saipem, Eni, Trenitalia, Autostrade, Telecom,  Finmeccanica, Enel, chi prima chi dopo subiscono tutte la stessa sorte, coerenti con lo smantellamento e il depotenziamento del lavoro dipendente in Italia e con la finanziarizzazione delle imprese.
E per chi vuole rimanere a fare impresa in Italia, si offre lavoro a basso costo, flessibilità, decatalogazione, semi-schiavitù, nuovi Contratti Collettivi Nazionali più a misura di padrone con diritti e salari sempre più compressi.
Vorremmo ricordare in questo contesto al Ministro del Lavoro Poletti, finito nel Mondo di Mezzo fotografato a cena insieme a noti esponenti di Mafia Capitale, che se gli investitori stranieri non puntano sull’Italia non è per l’articolo 18, ma per quelle foto…  per la corruzione, l’evasione fiscale e la malavita organizzata che sono il vero cancro inestirpabile di questo maledetto paese e che andrebbero seriamente contrastate con lo stesso impegno con cui si vuole distruggere oggi lo stato sociale e il mondo del lavoro.
Quali siano i principi e gli effetti di queste politiche sui lavoratori e sulla popolazione italiana in generale è facile da predire: impoverimento e lavoro con salari da sussistenza.
E quando mai ci riprenderemo da crisi che colpiscono solo le classi lavoratrici se queste sono le premesse?
Il sindacato non può attendere oltre, non può assistere passivamente a queste politiche produttive che portano sempre più in basso il nostro paese.
L’aver spostato quest’assemblea ad oggi invece che farla sabato scorso in concomitanza con la protesta della Funzione Pubblica a Roma e del comparto idrico a Napoli è stato un errore.
Dobbiamo unire le lotte, non dividerle.
Dobbiamo riunire i lavoratori in un’unica vertenza contro l’avversario comune che ci vuole sempre più deboli e miseri.
Ora che i sindacati sono riuniti, chiediamo fortemente di riavviare la lotta di classe, con azioni coraggiose e decise, contro padroni e governanti coalizzati nel progetto di rendere l’Italia un paese competitivo al ribasso, proprio come Cina, Russia, India e Brasile, nel mondo globalizzato. Paesi dove la ricchezza genera ricchezza, risucchiando risorse che dovrebbero essere di tutti, allargando il gap tra ricchi e poveri e riducendo la massa in miseria.
Non è mai stato vero che la crisi distrugge le ricchezze, le sposta, semmai. I soldi, come la materia, non si distruggono, si trasformano.
La crisi è un magheggio utilizzato per ridurre le possibilità di chi già non ce la fa più, al fine di mantenere, se non aumentare, il livello di benessere di pochi.
Stiamo prendendo atto delle strategie economiche di ENI e Saipem che fanno parte di un disegno ben più ampio che non condividiamo. E allora che facciamo?
Se non sono i sindacati a chiamare alla lotta, ma alla lotta di classe vera, tutte le categorie dei lavoratori, attraverso uno sciopero generale, allora chi deve farlo?
Le confederazioni bene hanno fatto a ritrovare l’unitarietà, ma senza indipendenza, democrazia e lotta non andremo da nessuna parte.
Dobbiamo essere indipendenti da politica e partiti, sganciarci da riferimenti politici che ci abbracciano mortalmente in un momento in cui domina l’Europa delle banche, e tutti i governi svolgono al meglio il compitino a casa (ancor meglio quelli di pseudo-sinistra). L’unica entità da cui possiamo permetterci di essere dipendenti è la volontà del Lavoratore.
Dobbiamo essere democratici e ascoltare anche quei tanti lavoratori che per mille motivi non sono iscritti al sindacato, ma che subiranno tutte le conseguenze delle nostre azioni e delle nostre non-azioni: volenti o nolenti siamo responsabili della sorte di tutti i lavoratori di questo Paese.
E soprattutto dobbiamo lottare, perché non ci regala niente nessuno…anzi. Dobbiamo lottare per i nostri diritti, dobbiamo lottare per i nostri salari, dobbiamo lottare per il nostro futuro, ma soprattutto dobbiamo lottare per la nostra dignità… di lavoratori… e di essere umani!

ROMA, 05.12.2015          RSU Saipem Fano

 

VOLANTINO

ENI-SAIPEM E IL PIANO INDUSTRIAL-FINANZIARIO ITALIANO
Di fronte al piano strategico di Eni che prevede il progressivo disimpegno nel mantenimento e lo sviluppo industriale del Paese, a favore di politiche improntate alla massima resa finanziaria affidate all’ingresso preponderante di soggetti non industriali e speculativi, non basta esprimere preoccupazione e chiedere che il governo faccia chiarezza!
Risulta ormai evidente che la cessione di società controllate (Saipem e Snam, per esempio) corrisponde ad una precisa scelta, fortemente voluta dal Governo, che attraverso Cassa Depositi e Prestiti è il motore effettivo delle trasformazioni  e delle scelte compiute dalle alte dirigenze.
Le dichiarazioni riguardanti gli atti di indirizzo approvati che piacciono al mercato finanziario (vedi gli andamenti di borsa), si accompagnano ad una prevista riduzione dei costi dovuti al numero di unità impiegate nel settore. In sostanza da subito, per contrastare gli effetti della crisi connotata da una contrazione dei mercati e dalla accresciuta  concorrenza,  si rimettono in discussione posti di lavoro (vedi gli annunci di esuberi), per mantenere alto un margine di profitto e di dividendi tra azionisti di rilievo, che neppure si configurano come partner industriali.
I piani di esubero che sono previsti e che dovrebbero realizzarsi nell’immediatezza, sono determinati dalla necessità far fronte ad una congiuntura sfavorevole del “mercato”, segnata da instabilità anche politica nelle aree da cui provengono le materie prime, per far cassa e mantenere invariati i profitti e le plusvalenze di borsa. Questo  progetto si realizza ancora una volta colpendo il mondo del lavoro, i diritti ed i livelli di occupazione e non attraverso una produzione reale di ricchezza, sostenuta da investimenti,  ne tantomeno attraverso azioni di indirizzo e di Governo che migliorino la qualità’ e le quantità dei beni prodotti nel rispetto dell’ambiente e della salute (vedi la storia della chimica).
Alla Faccia delle conferenze sul clima , sull’economia verde e  sullo sviluppo sostenibile!
La caduta degli investimenti produttivi anche in quelle aree e settori di maggior pregio e qualità e la loro cessione sono destinati a divorare la ricchezza prodotta dai lavoratori  e determineranno le condizioni, in medio periodo per una accelerazione dei processi di privatizzazione delle direttrici industriali fondamentali dell’intero Paese, sancendone una condizione di sottosviluppo , marginalizzazione e dipendenza, che ancora una volta sarà pagato da chi la ricchezza la produce.
Per queste ragioni, appare quasi un insulto all’intelligenza ritenere che questo Governo non abbia una politica industriale o che possa cambiare la propria arroganza liberista, riconoscendo ai lavoratori ed alle organizzazioni che li rappresentano un confronto in grado di considerare il bisogno di lavoro, di democrazia e diritti come elementi centrali per lo sviluppo e la redistribuzione della ricchezza.
La politica di questo governo è ogni giorno più chiara (Jobs-act, Pensioni,  Sanità, Pubblico Impiego, ecc.)!
Lo smantellamento di Eni è in ordine di tempo l’ultimo esempio di tale politica che riconosce gli interessi dei poteri forti (Troike varie) e sacrifica a questi interessi la tenuta dello stato sociale.
Oggi due ore di sciopero, mentre c’è bisogno di una grande battaglia per unificare le lotte e rivendicare ciò che è stato tolto.

Roma – 05 dicembre 2015                     “Il sindacato è un’altra cosa – Opposizione Cgil nella Filctem Cgil”

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