A tutto gas verso il sindacalismo corporativo e aziendalista

Sergio Bellavita.

Apprendiamo dalla stampa che Cgil Cisl Uil sarebbero ad un passo dalla definizione di una posizione comune sul modello contrattuale per la ripresa della trattativa…

Si, apprendiamo dalla stampa, perché a tutt’oggi né i dirigenti del massimo organismo della Cgil, né tanto più i lavoratori hanno mai potuto discutere e decidere la posizione della loro organizzazione sulla semi clandestina trattativa sul modello contrattuale. Eppure parliamo di una materia che riguarda direttamente la vita di milioni e milioni di donne e di uomini. Di più,  non solo non si è mai discusso di quali fossero i punti di merito, la linea stessa della Cgil sul contratto nazionale e sulla contrattazione aziendale. Appare surreale, ma è purtroppo tragicamente vero, non si è mai  nemmeno deciso se la Cgil avesse dovuto partecipare o meno a questo tavolo. Anzi, quando la stampa ha riportato i dettagli degli incontri a 4 nella foresteria di Squinzi la Cgil ha sempre negato che esistesse un confronto, una trattativa. Deve certo indignare l’ennesima violazione della democrazia interna e nel rapporto con i lavoratori, ma non può certo stupire. Democrazia e complicità sindacale mal si conciliano soprattutto se hai ben poche conquiste da vantare… I commenti dei protagonisti del confronto di ieri 25 novembre, tenutosi nella sede Uil, hanno rilasciato dichiarazioni molto ottimiste sulla possibilità di giungere in tempi brevi ad un’unica posizione Cgil-Cisl-Uil per la ripresa del tavolo negoziale con Confindustria. L’accelerazione che consente questa possibile nuova unità ha diverse ragioni ma senza dubbio una delle più importanti riguarda la scelta di Landini di presentare una piattaforma Fiom di adeguamento alle compatibilità date in questa fase, a partire dal regime del Testo Unico sulla rappresentanza con il suo sistema derogatorio, passando per le clausole antisciopero,  chiamate di “raffreddamento” sino al welfare contrattuale che è uno dei veri passaggi di boa del sistema sociale in questo paese. Non è un caso che ottenuto il tavolo unitario con Federmeccanica che ha già unificato le due piattaforme separate ma convergenti ( Fim-Uilm e Fiom) sia citato come uno degli elementi chiave della ritrovata unità e sintonia tra le tre confederazioni. Susanna Camusso sa che non è sostenibile un accordo sul modello contrattuale che escluda la più importante categoria, i metalmeccanici Fiom, dal quadro dei rinnovi unitari. Lo sa anche Federmeccanica che ha un bisogno assoluto di un accordo per il rinnovo del contratto, alle sue condizioni ovviamente. Sia per dare un senso  alla propria esistenza ed alle costosissime quote di adesione che le imprese pagano (e infatti molte escono dall’associazione) sia per massimizzare lo svuotamento finale di  un contratto nazionale a favore dell’estensione, del rafforzamento della contrattazione aziendale di ricatto,scambio e restituzione giocata tutta sulla condizione di lavoro. Nel desiderata padronale gli orari, le flessibilità degli stessi, l’inquadramento  (che è salario e diritti insieme) ed i salariali  ( variabili) si discutono solo in azienda. Una posta troppo ghiotta per una Confindustria che non riesce, nonostante le straordinarie conquiste ottenute grazie al sindacalismo complice ed alla legislazione targata Renzi, a portare a casa risultati concreti per le imprese che rappresenta e cioè un contratto nazionale che consenta solo la contrattazione aziendale. Resterebbero così due livelli contrattuali (cosa che confindustria dovrà concedere a Cgil Cisl Uil) ma solo dal punto di vista formale, nella sostanza ne resterebbe uno solo. Per assurdo il fronte del sindacalismo confederale, Fiom compresa, potrebbe riconoscersi in questo modello senza pagarne nessun prezzo particolare. I contratti nazionali sono già derogabili grazie alle intese confederali Cgil Cisl Uil Confindustria, si tratta solo di spostare tutta una serie di materie dal  livello nazionale a quello aziendale. Potrebbe persino essere spesa come una conquista storica del sindacato, considerato che nel passato eravamo proprio noi a rivendicare che tutto si potesse discutere in fabbrica, ma c’erano le lotte e soprattutto non esistevano le deroghe in peggio, tant’è vero che i padroni si rifugiavano dietro i vincoli del contratto nazionale per resistere alle spinte dei lavoratori. Se oggi sono disponibili a portare tutto il peso della contrattazione sull’azienda è perché possono contare sulla remissività indotta dalla crisi e su un quadro di regole, dal Jobs Act alle deroghe, che gli consentono di “vincere facile” come recita la famosa pubblicità.. Sono tante le ragioni, anche divergenti, che spingono i singoli attori ad un’intesa sul modello contrattuale. Tuttavia sono tutte convergenti e unificate nel bisogno assoluto di uscire dalla drammatica crisi di rappresentanza di cui soffrono. Rispetto al tentativo del 2009 quando Fiom e Funzione pubblica Cgil impedirono la firma di Epifani all’accordo separato sul modello contrattuale,  oggi in campo non c’è nessun contrasto alla chiusura del cerchio sul piano sociale. Limitazione del diritto di sciopero-Rappresentanza ad escludere-Contrattazione di ricatto. Tutto spinge verso la sistematizzazione di un modello fondato sul sindacalismo aziendalista e corporativo che manda in soffitta tutto ciò che resta del modello del sindacato vertenziale e democratico degli anni settanta. E’ l’adeguamento storico di Cgil Cisl Uil alla deriva autoritaria, all’austerità politica e sociale, al sindacalismo della miseria che è consentito dentro i limiti e le compatibilità date. Dobbiamo avere la consapevolezza che il modello corporativo e aziendalista non consente il pluralismo sindacale dentro e fuori le organizzazioni, non tollera il dissenso in ogni sua espressione, riduce  la democrazia nei luoghi di lavoro all’esercizio del plebiscito, respinge la partecipazione e il protagonismo dei lavoratori. Quel sindacalismo può sopravvivere solo grazie alla legittimazione ed alle risorse di imprese e governo. Il sindacato unico del regime autoritario Renziano è dietro l’angolo, impediamo che si affermi.

 

 

 

 

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