Opposizione Cgil: nessun passo indietro

Risposta di S.Bellavita al contributo di Iavazzi, Brini, Grassi

Alcuni compagni hanno prodotto un loro contributo  per l’assemblea nazionale della nostra area del 13 novembre. Gli stessi hanno chiesto di poter fare una discussione franca sui limiti e sulle difficoltà della nostra esperienza. Vorrei ringraziarli perché è  sempre un fatto positivo il confronto, ma certo solo se orientato a lavorare alla costruzione ed al rafforzamento del nostro impegno militante. Nel febbraio scorso abbiamo tenuto un seminario proprio a pochi giorni dalla debacle sul Jobs Act.  Ragioniamo di come costruire un nuovo appuntamento con le stesse caratteristiche. I punti di dissenso che i compagni espongono tuttavia sono tali da mettere oggettivamente in discussione alla radice la nostra lunga storia, la radicalità della nostra esperienza. In primo luogo si contesta la scelta di continuare a lavorare ad un ampio cartello di forze sociali fuori dalla Cgil, in particolare il rapporto con il sindacalismo di base.  Eppure il rapporto con tutti coloro che lavorano a ricostruire un nuovo ciclo di lotte, nuova soggettività sul terreno squisitamente di classe è per noi decisivo. Altrimenti non comprendo come si possa  pensare di dare gambe e valore al processo di ricostruzione di  un sindacato di classe in questo paese fuori dai processi reali, dalle indispensabili interlocuzioni con i quadri e le esperienze che alcune organizzazioni  esprimono. L’alternativa che i compagni propongono è tutta interna agli attuali equilibri Cgil, in rapporto con l’area Rinaldini e con la Fiom. Un fronte unico di opposizione alla linea di Susanna Camusso.  La rappresentazione dell’esistenza di settori della Cgil pronti a fare fronte comune rispetto all’inarrestabile deriva del sindacato più grande d’Italia, è purtroppo una rappresentazione irreale, frutto più di un desiderio di ricomposizione politica che di un’analisi rigorosa della realta, dello spazio entro cui si ritrova oggi confinata la discussione in Cgil. Non esiste alcuna differenza di politica contrattuale esplicita tra Susanna Camusso e Maurizio Landini. Entrambi abbracciano e praticano il Testo Unico del 10 gennaio, il welfare contrattuale, la bilateralità, la limitazione del diritto di sciopero, entrambi hanno accompagnato la resa sul Jobs Act. Lo scontro, che esiste ed è duro, riguarda le divisioni interne, la scalata ai vertici Cgil. Il nostro isolamento sul terreno interno  non è una scelta di settarismo ma la conseguenza di una radicalità politica e contrattuale che non può accettare i confini imposti dal nuovo quadro in cui la Cgil si è accomodata. La verità è che proprio la Fiom di Landini porta una responsabilità enorme sulla rapida deriva della Cgil. Se nel 2009 l’iniziativa congiunta di Fiom e Fp, e l’annuncio di un congresso su un documento alternativo di Rinaldini, impedì a Epifani di firmare l’accordo sul modello contrattuale, oggi è proprio in virtù del rientro della Fiom che la Cgil ha potuto indisturbata firmare l’accordo del 10 gennaio sul Testo Unico e consentire a Susanna Camusso di chiudere la breve parabola della mobilitazione contro il Jobs Act con una resa senza condizioni a governo e imprese. Le parole anche quelle più radicali contano zero se non sono seguite da una pratica coerente. Sarebbe certo tutto più semplice se potessimo raccontarci di una Fiom fulcro delle lotte ed argine contro la deriva della confederazione. Così non è e sarebbe bene prenderne atto, a meno di decidere di fare altre scelte.
Sono il primo ad essere consapevole della estrema difficoltà nel sostenere battaglie che molto spesso sai essere totalmente giuste ma che non raccoglieranno mai consenso negli organismi dirigenti, anche da parte di  delegati che insieme a te poi partecipano a vertenze e manifestazioni. Capisco che si possa avere paura dell’isolamento dalle dinamiche di una burocrazia che è irrispettosa e insofferente alla discussione di merito e che sa  reggere solo nella perenne minaccia dell’abuso del suo potere nella vita interna. Capisco, ma  penso dovremmo non farci travolgere dalle paure e dalle remore, né rischiare di apparire opportunisti. Il rapporto con i delegati e le delegate , con i lavoratori e le lavoratrici è uno degli aspetti centrali della nostra iniziativa. Tuttavia sarebbe inverosimile se decidessimo di costruire le nostre posizioni a partire dal grado di consapevolezza, libertà e autonomia dei gruppi dirigenti della Cgil, in ossequio alle compatibilità delle regole interne piuttosto che a partire dai bisogni dei lavoratori rispetto ad una condizione concreta, materiale che precipita. In questi anni abbiamo scelto di fare opposizione sul serio, da questo punto di vista  in rottura netta con le precedenti esperienze di aree organizzate, non semplicemente di essere uno dei tanti punti di vista interni all’organizzazione, a volte tanto radicali nei loro riferimenti teorici quanto opportunisti e moderati nella pratica. Se non avessimo fatto quella scelta la nostra esistenza servirebbe solo a garantire qualche collocazione interna, null’altro. Infine voglio dire in estrema franchezza che colpisce la durezza del giudizio dei compagni Brini,Iavazzi e Grassi sulla nostra area, su alcuni suoi dirigenti e insieme il silenzio , l’assoluzione quando non la rimozione, degli indecorosi atteggiamenti della maggioranza Fiom  nei nostri confronti. Il ricorrente utilizzo della  categoria della burocrazia non può risolversi nell’acquiescenza nella battaglia politica interna. E non può essere il mantra che tutto giustifica. Credo, come tutti sanno,  che la maggioranza assoluta dei compagni e delle compagne della nostra area abbia l’intenzione di rendere ancora più dura la nostra opposizione per una ragione di fondo.
O sei alternativo alla logica del palazzo, a quella colpevole ipocrisia che pretende di raccontarci  di una Cgil impegnata a difendere diritti e tutele o sei parte di questo processo di degenerazione senza fine, il cui prezzo per intero lo pagano le lavoratrici e i lavoratori. Non esiste una via di mezzo purtroppo e la ragione sta esattamente nei limiti angusti che la crisi del capitale e le compatibilità del sistema impongono all’iniziativa sindacale. O lavoriamo  per la rottura di quei limiti e di quelle compatibilità oppure in poco tempo diveniamo parte del problema, parte della pratica del sindacalismo della miseria.  Ben venga dunque un confronto di merito e di metodo sul come si partecipa alla costruzione dell’area, non solo su come la si critica.

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