Worx: quando la Cgil Milano fa impresa sul lavoro precario

Sergio Bellavita. Non basterà l’ammiccante immagine di un quarto stato 2.0, che accomunerebbe tute blu e giovani madri dotate di MacBook, a coprire la vergognosa scelta della Camera del Lavoro di Milano di aprire uno spazio cosiddetto Coworking, uno spazio cioè di condivisione di mezzi di lavoro, scrivanie, wi-fi e sale riunioni per freelance. Termine anglosassone che indica chi compie un’attività del tutto simile a quella del libero professionista senza esserlo davvero. Insomma precariato. Finalmente la Cgil ha deciso di organizzarsi per tutelare queste nuove figure del lavoro precario? Finalmente ci si impegna per dare una rappresentanza a chi molto spesso subisce condizioni di gran lunga peggiori del classico lavoro subordinato? No, nulla di tutto ciò. Il progetto “Worx” (http://www.worxmilano.it/) realizzato dalla Cgil di Milano in collaborazione con il centro fiscale Cgil mette a disposizione questi spazi di “accoglienza” ma a pagamento. Ci saranno circa 40 postazioni di lavoro in affitto, mensile, o a ora per le sale riunioni, su due livelli della centralissima Camera del Lavoro di Milano, con tanto di uso cucina per la fruizione della “mensa”. Le tariffe non sono certo di favore, si passa dai 230 euro (+iva) mensili per una postazione condivisa, ai 350 euro, sempre più iva, mensili per un ufficio privato. Sconti per gli iscritti Cgil. Saremo certamente annoverati nella parte più retrograda del sindacalismo italiano, ma francamente non riusciamo a capire il senso di un’operazione che accomuna la Cgil a un’impresa privata da ogni punto di vista. Continuiamo a pensare che riunificare il mondo del lavoro davanti alla frammentazione imposta dal padronato e alimentata dalla legislazione dei governi debba essere in primo luogo una scelta di classe, la riconquista di senso e valore nell’appartenenza allo schieramento di chi lotta contro il sistema che ti sfrutta, che pretende di ridurre donne e uomini a merce persino di basso valore. Un’idea e una prassi fuori e contro il mercato. Con questa scelta la Cgil, anziché denunciare e contrastare la precarietà in tutte le sue forme, compreso il falso lavoro autonomo, riconosce la legittimità di questa illegalità sociale e ci specula sopra. Anziché organizzare il lavoro precario per lottare contro l’ingiustizia la Cgil scende nel mercato e gli affitta la postazione di lavoro. Prove generali del nuovo “statuto dei lavori” a cui la Cgil sta lavorando?

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