Cgil e questione morale

di Sergio Bellavita. Colpisce la virulenza dell’attacco portato quasi quotidianamente a Cgil Cisl Uil. Ultimo in ordine di tempo l’ingrato presidente di Confindustria Squinzi capace di addossare al sindacato la responsabilità della presunta arretratezza del paese nonostante la pressoché totale collaborazione e complicità di cui ha beneficiato nel suo mandato dallo stesso. Prima era stato Renzi ad attaccare sul peso delle burocrazie sindacali, la persistente anomalia italiana. Qualche giorno prima ancora il quotidiano La Repubblica aveva denunciato un tracollo di iscritti della Cgil. Obbiettivo unico di questa campagna è quello di piegare il sindacato ai diktat del governo e delle imprese, completando così l’opera di trasformazione del sindacato in soggetto istituzionale. Dietro c’è la ghiotta partita della cancellazione di un livello contrattuale per dare così libertà assoluta alle imprese nella contrattazione aziendale, così come c’è il tentativo di ledere il pieno diritto di sciopero e impedire le libertà sindacali. Il palazzo, inteso come luogo del potere politico e padronale, utilizza la pesante crisi del sindacato e il crescente malaffare di parte dei suoi gruppi dirigenti per indurlo a accettare fino in fondo l’unico spazio che gli si vuole concedere: quello del corporativismo e della complicità assoluta con l’interesse generale del paese e dell’impresa. Ed è in questa direzione che si avvalora l’ipotesi del sindacato unico che sa tanto di regime autoritario. Il fatto grave in questa vicenda è che è lo stesso sindacato confederale ad alimentare questo disegno. La strumentalità di questa campagna non deve impedire tuttavia che si denunci con forza il processo di degenerazione del sindacalismo confederale. La commistione con il palazzo è un fatto vero che poco o nulla c’entra con il diritto di rappresentanza del mondo del lavoro. Il peso delle entrate economiche improprie nei bilanci del sindacato, non derivanti cioè dalle quote versate dai lavoratori iscritti, è in continua crescita ed è direttamente proporzionale alla continua erosione di consenso e di iscritti nei luoghi di lavoro. Il proliferare di enti bilaterali, enti mutualistici e l’inaccettabile crescente ricorso alle quote di servizio per i sindacati sottratte alle buste paga dei lavoratori sono parte di un sistema che ha cancellato l’autonomia economica e rivendicativa del sindacato. Così come il potere dei segretari generali e delle segreterie è ormai senza limiti, come bene testimoniano le vicende delle retribuzioni di Bonanni, Epifani e di diversi dirigenti Cisl, mentre ai lavoratori viene negato persino il diritto di votare sugli accordi che li riguardano. La questione morale è aperta quindi per tutto il sindacalismo confederale, Cgil compresa. Servono atti di rottura veri ed il ritorno ad un sindacalismo che si finanzia solo ed esclusivamente con le risorse degli iscritti e delle iscritte e che faccia della democrazia, dell’indipendenza e dell’antagonismo vincoli assoluti nella propria pratica. Atti indispensabili e urgenti di igiene politica e sociale.

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