L’Atac non è criticabile

di Leone Lazzara
Vicende come quella dell’autista Cristian Rosso, ormai sempre più frequenti e non solo nelle aziende del trasporto pubblico locale, sono per questo emblematiche sia di quanto sta accadendo in Atac sia nell’intero mondo del lavoro italiano. In effetti, possiamo dire che la madre di questa reazione sempre più virulenta del padronato nostrano è nata cinque anni fa alla Fiat di Pomigliano d’Arco, nel privato, quando Marchionne prese di petto i suoi operai accusandoli di non reggere chissà quali ritmi, proprio loro che si davano malati in occasione di ogni partita della nazionale. Per giorni, settimane, mesi, finché, insomma, non si votò “si” o “no” all’accordo che riportava le condizioni di lavoro in quella fabbrica tali e quali a quelle di sessant’anni prima, padroni e stampa scatenarono contro i lavoratori parole infuocate sui loro privilegi, diluvi di frasi fatte sui loro vizi, cantilene incontenibili di lamentele sui prodotti fatti male, slavine improvvise di maldicenze sui Bot nelle loro saccocce e valanghe inarrestabili di pretese impossibili nei loro confronti neanche si stesse parlando di macchine. Stando dentro quella nera temperie artificiale, era praticamente inevitabile schierarsi con la povera Fiat che sopportava ormai da tempo immemorabile il parassitario arbitrio dei suoi operai. Le voci di chi ricordava a Marchionne che la Fiat aveva perso nei decenni quote sempre più consistenti di mercato per aver scelto deliberatamente di costruire al risparmio persino le auto di fascia alta, in quella nera temperie artificiale erano a malapena udibili. Il fatto vero, incontestabile e inconfutabile perché esperito, cioè che la Fiat vendeva sempre meno perché non innovava puntando alla qualità, venne letteralmente affogato negli abissi delle opinioni più impertinenti condannando i lavoratori alla resa. Dopo fu anche peggio perché alcuni di quelli che decisero di resistere continuando a dire la verità, vennero licenziati e rientrarono solo perché c’era ancora l’articolo 18 a difenderli. Cristian Rosso è un autista dell’Atac in carica alla Rimessa di Acilia, mentre io sono in carica alla Rimessa di Magliana. Egli ha dovuto fare i conti con questa prassi, ormai consolidata con la forza, per cui le aziende possono parlare male dei propri dipendenti anche e soprattutto se non hanno prove, mentre i dipendenti non debbono parlare male delle proprie aziende anche e soprattutto se hanno prove. Per quanto concerne il merito delle cose da lui dette nel video che gli è costato la sospensione a tempo indeterminato, purtroppo non v’è molto da dire; anche io guido, come lui, e la sigla M.M. la conosco molto bene e non è necessario che aggiunga altro se non ribadire che essa significa “Mancanza Materiale”; per cui, la stragrandissima maggioranza delle 500 vetture Atac su 2000 che ogni giorno si guastano per strada vengono solamente fatte ripartire alla bene e meglio per guastarsi di nuovo, addirittura più volte nel corso delle 24 ore. Marino, i suoi nomi nuovi in Atac e la stampa compiacente, non cesseranno di scatenare contro noi lavoratori parole infuocate sui nostri privilegi, diluvi di frasi fatte sui nostri vizi, cantilene incontenibili di lamentele sulla nostra indolenza, slavine improvvise di maldicenze sui Bot nelle nostre saccocce e valanghe inarrestabili di pretese impossibili nei nostri confronti, finché non avranno affogato negli abissi delle opinioni più impertinenti tutti i Cristian Rosso che oseranno dire la verità, cioè che gli autobus non passano principalmente perché si guastano e non ci sono i pezzi di ricambio per ripararli. L’obiettivo, manco a dirlo, è quello di riportare le nostre condizioni di lavoro tali e quali a quelle di sessant’anni fa con la cittadinanza che, come sessant’anni fa, si dovrà accontentare di quel poco che passa il comune. Noi però possiamo fermarli rilanciando con forza e a più non posso la voce dei Cristian Rosso fra tutti i cittadini conducenti e i cittadini utenti.

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