Cgil e UE, o di qua o di là

Editoriale di Sergio Bellavita

di Sergio Bellavita – Il direttivo nazionale della Cgil ha approvato con i nostri 4 voti contrari un ordine del giorno sulla Grecia. La ragione della nostra contrarietà, che tanto scandalo ha suscitato nel parlamentino Cgil, riguarda il giudizio sull’Europa e sul ruolo di quella che, crediamo indebitamente, continua ad essere chiamata socialdemocrazia. Non è sufficiente esprimere vicinanza al popolo greco. Chiunque voglia guardare con rigore e sincerità alle vicende della Grecia dell’ultimo anno dovrà ammettere che l’irriformabilità di questa costruzione europea è ormai sotto gli occhi di tutti. Il disprezzo e la totale impermeabilità dei vertici della UE nei confronti delle condizioni economiche e sociali in cui versa il popolo greco e del voto che ha consegnato a Syriza il mandato a ottenere la fine delle politiche d’austerità testimonia che in quest’Europa non è possibile una vera alternativa. È consentita la semplice alternanza tra schieramenti diversi ma convergenti. Quando è un intero popolo, come nel caso greco, che elegge un governo di rottura, estraneo all’ammucchiata tra conservatori e socialdemocratici, allora quel governo va schiacciato e quel popolo colpito duramente affinché sia di monito per tutti gli altri che osino sollevare il capo. L’austerità non è ne’ un evento naturale, e perciò inevitabile, ne’ un incidente di percorso, ne’ tantomeno è la risposta sbagliata alle cosiddette sfide dell’economia globale quanto piuttosto la consapevole scelta delle classi dominanti di costruzione di un sistema vero e proprio di spoliazione progressiva delle conquiste sociali e civili dei popoli. Un sistema a difesa di interessi corposi che non hanno alcuna intenzione di cedere un solo millimetro del loro potere e dei loro privilegi. L’Unione Europea con i suoi trattati, con l’imposizione ai paesi membri di politiche di progressiva cancellazione della spesa pubblica e sociale a favore di una rigida e dogmatica difesa monetaria e di bilancio è lo strumento di governo dell’austerità. Il debito pubblico è solo un pretesto per imporre tassi usurai e la conseguente cancellazione della sovranità politica e sociale di un popolo. Quest’Unione europea, proprio per queste ragioni, non può diventare altro, il suo obbiettivo di fondo è opposto a quello del bene comune, del progresso. Solo uno sconvolgimento sociale profondo, una rivoluzione può imporre l’Europa dei popoli. Solo sulle macerie di questa UE si potrà ricostruire una diversa Europa. Continuare a sostenere la tesi che invece è riformabile significa mantenere in vita un mostro che alimenta ogni giorno di più la xenofobia, e il prepotente ritorno di nazionalismi e fascismi. E’ l’ipocrita europeismo delle elites e delle burocrazie il peggior nemico dell’unione dei popoli.

E’ la socialdemocrazia, il riformismo europeo, l’alternativa all’ortodossia dell’austerità? Sono Schultz e Renzi l’alternativa a Juncker e alla Merkel?
Anche qui diciamoci come stanno le cose. I governi di larga coalizione prima che fossero un fatto formale in parte rilevante dei paesi europei hanno rappresentato un fatto di sostanza, sia per la continuità delle politiche di ossequioso rispetto dei dettami dell’europa quando si alternavano destra e sinistra, sia per quel collateralismo sindacale che ha consentito di praticare la progressiva liquidazione del modello europeo senza particolare opposizione sociale. Il terrorismo istituzionale e mediatico che è stato riversato sul libero voto dei greci rappresenta un fatto vergognoso, una macchia indelebile nella storia davvero sempre meno nobile di questa Unione Europea. Il cinismo tecnocratico di Schultz e della Merkel sono identici, anzi. La socialdemocrazia spesso ha dimostrato un accanimento nella difesa delle politiche di rigore e nel sostegno alle liberalizzazioni ed alla precarizzazione del lavoro persino maggiore dei conservatori. Lo testimonia efficacemente, purtroppo, l’azione del governo Renzi. L’alternativa a quest’Unione Europea si costruisce quindi nelle lotte sociali, nell’avversione al modello dominante di negazione di libertà, di democrazia e di partecipazione, si costruisce fuori e contro l’alternanza senza alternativa tra centrodestra e centrosinistra. Si costruisce praticando la ricostruzione di diritti e potere, dai luoghi di lavoro ai quartieri. Non si costruisce inneggiando al dialogo sociale, alla concertazione, ad un accordo equo per il popolo greco che accetti così l’ineluttabilità del pagamento del debito. La vera solidarietà al popolo greco ed ai suoi governanti attuali si realizza in primo luogo nel praticare la rottura con il modello sociale e economico che ci viene imposto e riconoscendo l’attuale Unione Europea per quello che è: nemica della democrazia, dei lavoratori e della pace.

Cara Cgil se in pochi mesi si passa dallo sperticato elogio della vittoria di Renzi e del Pd alle elezioni europee, al saluto del no del popolo greco c’è qualcosa che non va. Siamo consapevoli dell’estrema difficoltà davanti ad un mondo che sembra non dare più riferimenti certi alla sinistra riformista. Schultz, Renzi e la Merkel sono indistinguibili. Tuttavia l’unico spazio politico e sociale che si può percorrere, se si vuole rispondere ai bisogni, e’ alternativo ad entrambi gli schieramenti, ed è di rottura. Sarebbe utile prenderne atto. Persistere nel campo dell’esistente conduce inevitabilmente prima o poi ad abbracciare la Merkel. Infine una digressione. Spesso a sinistra si parla di crisi della rappresentanza, di percorsi, progetti, rinnovamento e si usano terminologie altisonanti. Se solo la nostra sinistra, politica e sociale, avesse dimostrato nel passato un centesimo del coraggio che il governo greco ha testimoniato in questi mesi, forse non saremmo in queste condizioni. Per molto meno di quel ricatto drammatico posto al popolo ellenico, la sinistra radicale al governo e quella sociale dal versante sindacale hanno barattato per “ lealtà” e “responsabilità” ogni cosa. Hanno votato e accettato la guerra, il taglio delle pensioni, la moderazione salariale, la precarietà e le privatizzazioni. Serve a poco diventare radicali perché si e proiettati fuori dal palazzo se non si cambia orizzonte strategico. Si rischia di camminare in avanti con la testa rivolta ad un passato che non c’e’ più e di cui, peraltro, non sentiamo alcuna mancanza. Un’altra lezione di greco di cui abbiamo estremo bisogno.

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