Verona, conferenza di organizzazione. Democrazia sospesa.

sindacatoaltracosa Verona

Questo é l’O.d.G. proposto da noi alla Conferenza d’Organizzazione  della Camera del Lavoro Territoriale di Verona, svoltasi a Cerea il 25/26 Giugno, e che la Commissione Politica di Verona ha rifiutato fosse messa ai voti in quanto ha deciso trattarsi di “documento alternativo” (cosa proibita dalle “democratiche norme” votate dal direttivo nazionale per questa occasione) e non di Ordine del Giorno.
Quando una presunta maggioranza, oramai unita solo sulla difesa imperterrita dello scranno, si arroga il diritto di cosa può proporre in discussione o meno la minoranza, vuol dire che siamo alla fine della democrazia in CGIL. E questa non è più casa nostra, ma solo di chi vuol chinar la testa.

P.S.: Dopo il nostro abbandono della C.d.O. di Verona (é rimasto solo un compagno a presidio) sono stati votati i due documenti “ufficiali”, nazionale e provinciale.Come si vedrà dai numeri sotto, il risultato é stato influenzato sicuramente dal’eslusione del nostro O.d.G.,e ciò anche dalle dichiarazioni di voto di compagni della Fiom e non solo.
Risultato finale, omogeneo sui entrambi i documenti: 206 votanti (su 300 aventi diritto); 152 si, 24 no, 30 asrenuti.

“Analisi e proposte de “il sindacato è un’altra cosa” di Verona sul documento presentato alla Conferenza d’Organizzazione della CGIL.
Noi riteniamo che l’analisi della fase presente nel documento nazionale sia semplicistica e stereotipata.
Vero è che, dal 2008, con la crisi dei “sub prime” americani diffusi a livello planetario come “titoli spazzatura”, il mondo finanziario è stato investito dalla crisi del debito non più esigibile, ma è altrettanto vero che la soluzione trovata in ambito politico mondiale è stata quella di riversare la crisi sugli strati più bassi della popolazione mondiale, in particolare su quelli dei paesi europei.Anziché aumentare la possibilità di consumo di questi ceti si è preferito comprimerne la capacità, (e di conseguenza il mercato) a favore del rifinanziamento del sistema finanziario.In parole più semplici la crisi ha rappresentato, per il potere politico mondiale (ormai ostaggio della finanza), l’occasione di attuare politiche di devastazione dello stato sociale in tutti i paesi. Una ghiotta occasione colta soprattutto dall’Unione Europea che, attraverso le misure della BCE e della “troika”, ha ulteriormente approfondito il solco tra i paesi delle economie nord europee e quelli del Sud, i famosi “PIGS”.
L’esperimento più riuscito di questo progetto è stato senz’ombra di dubbio in Grecia, di cui vediamo ogni giorno il progredire della devastazione politica e sociale.Per smantellare in modo radicale e duraturo il sistema sociale dei vari paesi del Mediterraneo, destinati a divenire il “terzo mondo” europeo, oltre alla politica d’indebitamento forzato, si è appesantita la compressione dei consumi con uno strumento doppiamente efficace: la cancellazione del sistema dei diritti del lavoro.Tutto ciò è stato favorito, in particolare in Italia, da un sistema imprenditoriale assolutamente obsoleto, sia sul piano tecnologico e innovativo che su quelli della progettazione e della programmazione a lungo termine.Il sistema delle privatizzazioni esasperate, anche sul piano dei servizi sociali di primaria importanza, ha acuito, qualora ve ne fosse stata necessità, la crisi sociale ed economica dei vari paesi del Sud Europa e, quindi, anche dell’Italia. La connivenza, e la funzionalità, strutturale ed ideologica, della classe politica a questo progetto di devastazione generalizzata ha marcato ancor più il solco, ormai incolmabile, tra la politica e le classi più deboli e quelle indebolite a forza dalla crisi così gestita.
Se a tutto ciò si aggiunge l’incapacità ideologica e funzionale del sindacato di dare una risposta complessiva e in controtendenza, tesa a riportare le classi lavoratrici e i pensionati a livelli di capacità contrattuale ed economica competitiva nel rapporto di produzione, si può comprendere a fondo quale sia il reale stato di disperante impotenza e rabbia della classe operaia, dei giovani, delle donne e dei pensionati, ai quali ormai è tolto ogni grado di dignità e libertà previsti nella nostra Carta Costituzionale.La CGIL è passata successivamente da sindacato di lotta a sindacato di rappresentanza, per passare al modello di sindacato di concertazione, ed alla fine, fase attuale, approdare ad un modello che ne muta geneticamente la natura, quello di sindacato di mediazione.   Comparsa di terzo piano nel sistema disintegrato e squilibrato del rapporto di produzione, assolutamente marginale nel ruolo e nelle proposte.
E mentre CISL e UIL si avvicinano sempre più ad un modello di patronato di mediazione, più vicino alla configurazione di ente strumentale di Confindustria che ad associazione di rappresentanza degli interessi dei lavoratori, la CGIL abdica al rafforzamento del proprio ruolo progettuale complessivo di contrasto alle politiche antioperaie, per rafforzare invece il legame politico e strutturale con queste due formazioni.
La situazione del sindacato europeo non è migliore, giacché da questo nessuna proposta di lotta e di contrasto è stata avanzata, neppure teoricamente, per tentare di fermare la devastazione dello stato sociale e del diritto del lavoro nei vari paesi europei.Quando, poi, nel documento sulla conferenza d’organizzazione si parla di “dare continuità alla propria strategia di contrasto alle misure inique…”, ci chiediamo quale sia stata finora quella strategia di cui si propone la continuità!Riforme delle pensioni (tre ore di sciopero come mediazione tra le due, richieste e proposte da CISL, e le quattro della CGIL: uno scherzo?), l’abolizione dell’art. 18 nella sua forza sostanziale, l’accettazione implicita e tacita dell’art. 8 della Legge 148/2011 (legge di conversione del DL 138/2011), e per abbreviare l’elenco arriviamo al D. Lgs. 23\2015 che, a partire dalla sua entrata in vigore il 7 Marzo 2015, ha completamente azzerato lo Statuto dei lavoratori nella parte delle tutele, sanando persino con semplice indennizzo i licenziamenti illegittimi.
Se tutto questo silenzio è strategia di contrasto, allora non possiamo che chiedere un totale rovesciamento della strategia e non certo la sua continuazione.E neppure può definirsi rappresentanza degli interessi dei lavoratori la semplice partecipazione a “tavoli di discussione ” che da strumento di politica contrattuale è diventato un fine.La profonda disillusione, il depotenziamento dello strumento dello sciopero, la passivizzazione sindacale dei lavoratori, paragonabile, se non superiore, a quella, politica, dei cittadini, sono frutto di anni di mancata progettazione di contrasto reale e, viceversa, di contrattazioni e concertazioni con imprese e organi politici di governo che hanno prodotto un continuo e inarrestabile arretramento sotto quella soglia, già citata, di dignità e libertà che la Costituzione ricollega, come diritti dei lavoratori. Perché gli imprenditori la loro dignità e libertà se la garantiscono da soli a spese dei lavoratori stessi.
E’ necessario, quindi, tornare ad un vero e vasto protagonismo dei lavoratori e ad un programma profondo e ben strutturato di ri-democratizzazione del sindacato nella sua essenza di rappresentanza, rovesciando la piramide, al cui vertice devono stare le assemblee dei lavoratori strutturate a tutti i livelli possibili, dalle singole imprese al territorio fino al livello nazionale, con poteri decisionali vincolanti su tutti gli aspetti che riguardino la strategia sindacale e non solo l’ambito territoriale.E’ funzionale, a questo progetto, la riconquista della contrattazione nazionale che rafforzi il potere contrattuale non solo dei lavoratori ma anche dei pensionati abbandonando la frammentazione aziendale e territoriale.
E per ultimo, ma non per importanza, vi è la pesante e inquietante questione democratica delle riforme istituzionali e costituzionali, che questo governo affronta a colpi di maggioranza, violando in questo modo i principi stessi della nostra Carta Costituzionale.La legge elettorale che così come emanata, e che entrerà in vigore il 1 Luglio 2016, modificherà profondamente la struttura e le funzioni e attribuzioni del governo, modificando financo sostanzialmente la forma di Stato in senso presidenziale e antidemocratico, in contrasto con la forma prevista dalla Costituzione. Il Parlamento, dopo questa legge, diviene nient’altro che uno spettatore asservito alle priorità e al dettato legislativo dell’esecutivo, mentre il popolo sovrano diviene suddito ostaggio di una rappresentanza da parte di nomine calate dall’alto dai vertici dei pochi partiti ammessi alla competizione elettorale.Senza ignorare che questo Governo si appresta a varare un’ulteriore riforma della Costituzione che elimina il Senato come Camera di rappresentanza paritaria, a favore di un Senato che altro non sarà se non un “dopolavoro” per consiglieri regionali e sindaci nominati, e senza più l’attribuzione, fondamentale per una democrazia bicamerale, del voto di fiducia all’esecutivo.
Non si tratta, quindi, di una semplice questione politica, ma di una battaglia per la democrazia e la difesa della Costituzione fondata sui valori della Resistenza, il cui fulcro si incardinava sulla rappresentanza degli interessi e dei valori di un popolo sovrano nelle scelte e nei diritti.La storia della CGIL è storia di democrazia e difesa di questi valori, e non si può ridurre, oggi, alla supina partecipazione, su un piano riduttivo e marginale, ad una forma di contrattualismo di mediazione, e, ripetiamo, peraltro fallimentare, ignorando le grandi questioni di antidemocraticità e anticostituzionalità di cui questo governo è portatore.La CGIL dovrà, quindi, impegnarsi da protagonista nella battaglia per la difesa della Costituzione e dei suoi valori fondanti, ad ogni livello e con ogni strumento democratico nel solco della propria storia.
Sul piano delle proposte organizzative, poi, non possiamo che notarne la raffazzonatura e l’improvvisazione che ne traspare. Ma se dobbiamo puntare ad una riduzione del numero dei contratti nazionali, è ovvio che questo non può che passare prioritariamente da un’accorpamento delle categorie (quello previsto e molto vituperato all’epoca da “La CGIL che vogliamo” nel 2010, per intenderci) per avere una massa critica quanto più omogenea per ottenere unificazioni contrattuali al più alto livello, vista la guerra oramai dichiarata dalla Confindustria proprio al modello di contrattazione nazionale. Ed in questo, a proposito di “unità sindacale” è organicamente affiancata dalla CISL e, con qualche recalcitrare di maniera, dalla UIL.
Senza poi voler sottacere la gravissima crisi finanziaria del sindacato in generale provocata dalla crisi economica, che impone un cambio di organizzazione, pena la bancarotta economica o l’arrendersi a diventare un’organismo dipendente, se ci si riesce ( ed è cosa tutt’altro che scontata), dal sistema dei servizi e dai finanziamenti, quindi, giocoforza delle controparti, invece che dall’apporto dei lavoratori. E qui sta la scelta: cogliere l’occasione e tornare ad essere il sindacato dei lavoratori, oppure un’organizzazione di collocamento e  mantenimento di una struttura per forza di cose burocratica e di servizi da imporre ai lavoratori. Ma, a quel punto, la concorrenza sul mercato sarebbe molta e più storicamente “affidabile”.
LE NOSTRE PROPOSTE:
-Avvio di una discussione a tutti i livelli della CGIL sulle (non) scelte sindacali degli ultimi anni.
-Previsione di un limite massimo di due mandati funzionariali consecutivi in CGIL.
-Obbligo di tenere assemblee periodiche degli iscritti, aziendali e/o territoriali, che abbiano potere deliberativo e vincolante sulla strategia sindacale. Prevedere, per questo, la definizione di ambiti territoriali, sia categoriali che confederali, dove i lavoratori possano esercitare questo loro diritto.
-Un programma OBBLIGATORIO ed ESIGIBILE di formazione politico-sindacale degli attivisti e dei delegati sindacali, da articolare anche su base categoriale e territoriale.
-L’avvio di una nuova fase d’autonomia politica e sindacale della CGIL, che superi l’obbligo di unità d’azione con altre organizzazioni sindacali con strategie divergenti da noi (CISL e UIL in particolare), e che ricerchi convergenze d’unità d’azione su singole iniziative. Dobbiamo sancire la fine dell’”obbligo” all’unità sindacale.
-Và data ai pensionandi (ed ai pensionati) la possibilità di poter permanere all’interno della categoria di provenienza, anche per poter dare il proprio contributo d’esperienza e storia sindacale alla stessa. Questo per permettere agli stessi, qualora lo volessero, di trasmettere la loro esperienza e storia sindacale alle nuove generazioni ed alleviare, nel contempo, con il loro contributo volontario, gli oneri economici delle categorie
-Anche per quanto sopraddetto, và previsto e programmato il progressivo spostamento delle funzioni politiche ed amministrative dai funzionari ai delegati ed agli attivisti sindacali

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