Cgil, la rovescia dello sciopero

di Sergio Bellavita . E' finita in poco più di due ore la discussione del direttivo nazionale Cgil convocato dopo lo sciopero generale dello scorso 12 dicembre. Si doveva decidere come dare continuità alla battaglia contro il Jobs Act, di come rispondere a quella disponibilità preziosa alla mobilitazione che ha attraversato in tante forme questo autunno di lotte sociali. Nulla di tutto ciò.

Mentre la coppia Renzi Poletti ha messo sotto l’albero di natale i primi decreti attuativi del Jobs Act,  la Cgil ha deciso invece la smobilitazione generale, demandando ad una irrealistica, velleitaria e sbagliata contrattazione diffusa nei luoghi di lavoro il compito di attenuare l’impatto dei provvedimenti del governo. Un modo come un altro per chiudere quella partita. E’ stato evidente sin da subito che questo gruppo dirigente si è ritrovato costretto ad una linea di scontro ed ad una radicalità di cui non è più capace, solo dalle intemperanze di Renzi, non certo da un riposizionamento strategico. Lo testimoniano i colpevoli ritardi con cui sono state costruite le scadenze, dal 25 ottobre al 12 dicembre, senza nessuna strategia per impedire l’approvazione parlamentare del provvedimento. Così come lo testimonia il valore che in Cgil viene dato alla convocazione a palazzo Chigi, del gruppone delle cosiddette parti sociali, elogiata come segno della riconquistata legittimazione dell’organizzazione. Una nuova celebrazione, vuota e inutile, che Renzi concede, forte dell’approvazione del Jobs Act, ad uso e consumo dei tanti soggetti  sempre più in crisi. In questo quadro è forte il rischio che la partita sul Jobs Act sia perduta. Certo non è chiusa la partita più generale della ricostruzione dell’opposizione sociale in questo paese contro le politiche d’austerità, la precarietà e bisogna velocemente lavorare ad una nuova iniziativa generale ma non si possono sottacere le pesanti responsabilità del gruppo dirigente della Cgil nell’aver consentito una tranquilla approvazione del Jobs Act mettendo in campo lo sciopero generale a babbo morto. Oggi questo gruppo dirigente sembra più preoccupato di chiudere la breve stagione dell’alterità a Renzi e al Pd che a rispondere ai bisogni di chi lavora. La frase: “Il mestiere del sindacato è contrattare” ieri è nuovamente risuonata nella sala del direttivo, a significare la distanza siderale da ogni antagonismo sociale. Quello che resterebbe è solo il sindacalismo della miseria appunto, quello confinato nel modello del 10 gennaio che consente ovunque di ridurre salari e diritti ai lavoratori. Si riapre così la crisi della Cgil, per qualche mese solo nascosta dietro la ripresa dell’iniziativa. Una crisi di risultati, di credibilità, di prospettiva. Se non ci si misura davvero con l’incompatibilità dell’iniziativa sindacale  in questa fase dell’economia capitalista, con la durezza dello scontro che ti è imposto e con l’irrilevanza a cui sei confinato e si continua a camminare in avanti con la testa rivolta indietro a guardare il palazzo e la concertazione allora si finisce certamente nel burrone.
Ci spinge all’ironia (amara) una delle cose che la Cgil mette in campo a copertura della fine della mobilitazione, lo sciopero alla rovescia. Nel passato strumento nobile di lotta per obbligare alle assunzioni ed ai lavori pubblici.
Più che lo sciopero alla rovescia ci sembra che la Cgil abbia deciso esattamente la rovescia dello sciopero, delle sue ragioni, del sacrificio di chi lo ha fatto, delle domande senza risposta.
Il sindacato è davvero un’altra cosa.

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