Dalla rottura di vertice alla necessaria rottura nelle pratiche

di Sergio Bellavita

Qualche anno addietro il tema ricorrente sui media e nei dibattiti politici era quello del crollo di salari e pensioni. Si parlava della fatica di arrivare alla quarta settimana per quella fetta della popolazione che doveva fare i conti con l’impossibilità di far quadrare i conti del bilancio familiare da uno stipendio all’altro. Poi il tema è scomparso, superato nei fatti dalla forza del processo inarrestabile di impoverimento generalizzato attenuato solo in parte da una contestuale riduzione media dei prezzi delle merci, frutto e concausa della crisi imperante. Secondo un sondaggio della Confesercenti una famiglia su quattro non percepirà la tredicesima mensilità quest’anno. Tra loro ci sono le lavoratrici e i lavoratori in cassa integrazione e mobilità, ci sono coloro che pur lavorando da mesi aspettano il pagamento degli stipendi e infine c’è  il mondo sempre più vasto e davvero sempre meno atipico della precarietà che difficilmente conosce una busta paga. Un dato clamoroso che deve far riflettere tutti e tutte coloro che parlano spesso di conflitto senza porsi il problema di come rispondere concretamente al bisogno di salario, reddito, e di potersi costruire una vita dignitosa. Una riflessione necessaria in quanto allo scontro durissimo tra Renzi e la Cgil sul merito delle politiche economiche e sociali del governo, non corrisponde nel paese alcuna battaglia generale a difesa dei salari, dei diritti, delle fabbriche dismesse, contro i licenziamenti. Da una parte si critica giustamente Renzi e il suo criminale Jobs Act dall’altra nei luoghi di lavoro si pratica la contrattazione di restituzione, di impoverimento. E’ stato così al teatro dell’opera di Roma, all’Alitalia, alla Jabil di Caserta dove si è rinunciato alla 14ma mensilità in cambio della riduzione del numero dei licenziamenti e finirà inevitabilmente cosi anche alla AST di Terni. L’elenco è lunghissimo sino al punto da rendere evidente che il sindacato sta ormai praticando la via della riduzione salariale come risposta alla crisi. La responsabilità non è dei lavoratori e delle lavoratrici che anzi proprio in quelle vertenze hanno più volte dimostrato tenacia, determinazione e grande disponibilità a lottare. La responsabilità sta nella paura del sindacato di costruire una vertenza generale e unificante per rafforzare e ordinare le tante vertenze che si aprono nel paese anziché lasciarle sole per essere inevitabilmente sconfitte. Domani 3 dicembre manifesteremo sotto il Senato tutta la nostra rabbia e indignazione nei confronti di un Renzi che considera eroi gli imprenditori mentre regala loro  con il Jobs Act la libera e impunita violenza sulla vita di milioni di uomini e di donne.
Renzi è in crisi, la sua politica di annunci e propaganda mostra la corda stretta tra i risultati pessimi , la condizione del paese che precipita e le mobilitazioni di massa contro i suoi provvedimenti. Per la prima volta persino il quotidiano la Repubblica è costretto a riportare il consistente calo di consenso di Renzi nel paese. Il primo vero risultato delle mobilitazioni di questi mesi, della ricostruzione di un’opposizione sociale al  governo.
Sconfiggere Renzi quindi si può e con esso la Confindustria, ma solo se dopo lo sciopero del 12 dicembre si rivoluziona la linea e la pratica sindacale della Cgil emancipandosi dalle troppe dannose illusioni sul ritorno alla concertazione, ad una legittimazione istituzionale, solo uscendo da ogni accordo che  ingabbia la libera iniziativa sindacale puoi pensare di arrestare l’aggressione e riconquistare tutto quello che si è perso in questi anni. C’è bisogno di radicalità, coerenza, determinazione e onestà intellettuale. Sono inutili e dannose le rotture di vertice se si persiste nelle malepratiche di provincia. I lavoratori e le lavoratrici misurano il sindacato su questo, su quanto pesa nella loro vita. Lo sciopero generale del 12 dicembre giunge in colpevole ritardo rispetto al contrasto al Jobs Act e rischia di essere interpretato dal gruppo dirigente della Cgil come l’ultimo atto del conflitto, il punto più alto oltre il quale non si va. L’opposto di quello che chiedono i milioni di lavoratori e lavoratrici, di giovani, di precari che si sono mobilitati in questi mesi, l’opposto di quello che chiedono tutti coloro che hanno dato vita alla straordinaria giornata di lotta dello sciopero sociale : Che sia solo l’inizio!

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