Ricorso di Cremaschi per la firma dell’accordo del 10 gennaio

Al Collegio Statutario Nazionale della CGIL RICORSO AI FINI DELL'ANNULLAMENTO DELLA DECISIONE DEL DIRETTIVO CONFEDERALE IN MERITO ALLA SOTTOSCRIZIONE E APPROVAZIONE DELL'INTESA INTERCONFEDERALE DEL 10 GENNAIO 2014. Il sottoscritto Giorgio Cremaschi chiede a codesto Collegio di pronunciarsi in merito alla legittimità dell’operato della Presidenza del Comitato Direttivo che non ha ammesso la mozione d’ordine presentata dal sottoscritto sulla incompetenza del Comitato direttivo stesso ad approvare l'intesa con CISL UIL e Confindustria del 10 gennaio 2014 e conseguentemente annullare la decisione del Comitato Direttivo nazionale della CGIL del 17 gennaio di procedere all'approvazione della decisione presa dalla Segretaria Generale della CGIL di sottoscrivere la suddetta intesa.


Il ricorso si fonda su due argomenti, uno procedurale e cioè per non aver ammesso la mozione d’ordine sulla incompetenza regolarmente proposta ed uno sul merito dell’Intesa in quanto obbliga la CGIL a comportamenti e limiti che violano lo Statuto, il che non significa che l’uno non sia strettamente legato all’altro, come ora si va a dimostrare.
Il primo motivo di ricorso è contenutisticamente il medesimo già sollevato in sede di riunione del Direttivo nazionale con una mozione procedurale che è stata respinta dalla Presidenza senza essere posta in votazione e risiede nella circostanza che la decisione della Segretaria Generale e del Comitato Direttivo incidono sulla natura della CGIL, violando norme e principi fondamentali contenuti nello Statuto che renderebbero la lesione permanente ove punti fondamentali dell’intesa del 10 gennaio venissero adottati nella prassi dell’organizzazione.
Tali punti infatti confliggono con la natura democratica e partecipativa dello Statuto della CGIL , con gli equilibri di potere ivi definiti tra confederazione e categorie e con il principio della libertà sindacale che è parte costituente e fondante dello Statuto. Di conseguenza se la CGIL dovesse conformarsi a tali nuovi vincoli la sua vita e le sue pratiche democratiche ne sarebbero stravolte.
La segreteria ed il comitato direttivo, così come qualsiasi organismo della CGIL , non sono abilitati a violare lo Statuto e qualora si volessero perseverare gli obiettivi di cui all’intesa del 10 gennaio u.s. sarebbe necessaria la modifica dei dispositivi statutari. A tal proposito è bene sottolineare che la CGIL è entrata nel suo percorso congressuale e dunque neppure seguendo le procedure definite il comitato direttivo potrebbe procedere alla modifica dello Statuto.
Il Comitato direttivo non è competente a decidere sulle materie oggetto del “Testo Unico sulla rappresentanza” del 10 gennaio 2014 e conseguentemente è nulla la firma apposta ad esso dalla Segretaria Generale, che agisce su suo mandato.
L’art. 16 dello Statuto consegna sì al direttivo della CGIL il compito della decisione sugli accordi interconfederali, ma è evidente che tali accordi non possono sconvolgere o negare la vita, le procedure, gli equilibri ed i principi democratici dell’organizzazione. Non a caso lo stesso articolo 16 prevede che al Comitato direttivo sia “affidato, in via esclusiva, il compito di deliberare, in apposite sessioni, sulla definizione di strutture di rappresentanza”, intesa come rappresentanza interna all’organizzazione , come si evince dalle altre materie elencate come di competenza dello stesso, tutte interne al sindacato, e dalla previsione di sanzioni nel caso di mancato rispetto delle deliberazioni, che si riferiscono quindi a materie interne all’organizzazione sindacale.
Il Comitato è pertanto privo di qualsiasi competenza a decidere se si considera che il “Testo Unico sulla rappresentanza” sottoscritto il 10 gennaio u.s. ha ad oggetto diritti fondamentali di tutti i lavoratori, quali la loro rappresentanza in azienda e i connessi diritti di libertà e attività sindacali e di sciopero. Lo stesso dicasi per l’attività negoziale delle categorie, che l’articolo 11 dello Statuto affida alle stesse categorie nazionali della CGIL, con un coordinamento confederale esclusivamente interno alla stessa CGIL e non invece affidato ad altre sedi dove sono presenti altre organizzazioni ed addirittura le controparti.
In spregio allo Statuto il “Testo Unico” è stato approvato e sottoscritto in violazione degli orientamenti decisi dal XVI Congresso confederale del 5-8 maggio 2010 e segnatamente delle seguenti disposizioni:
l’art. 2 riconosce come principi fondamentali la “libertà sindacale”, il “pluralismo”, il rifiuto “di qualsiasi monopolio dell’azione sindacale”, “la verifica del mandato di rappresentanza conferito dalle lavoratrici e dai lavoratori” e “il principio della costante verifica, democratica e trasparente, con mezzi adeguati, del consenso dell’insieme dei lavoratori su cui si esercitano gli effetti della sua azione”;
l’art. 4 prevede che “ogni iscritta e ogni iscritto ha diritto a concorrere alla formazione della piattaforma e alla conclusione di ogni vertenza sindacale che la/lo riguardi”;
l’art. 6, lett. a) dispone “la garanzia della massima partecipazione, personale o a mezzo di delegati, di ogni iscritta/iscritto alla CGIL, in uguaglianza di diritti con le altre iscritte/iscritti, alla formazione delle deliberazioni del proprio Sindacato di categoria e delle istanze confederali, o alle decisioni che li riguardano”;
l’art. 6, lett. b) prevede che “comunque, per la Cgil, in assenza del mandato di tutti i lavoratori, le lavoratrici, i pensionati interessati, è vincolante il pronunciamento degli iscritti”;
l’art. 8 che la Cgil “deve costantemente mirare a promuovere la più attiva partecipazione degli iscritti e dei lavoratori, il più efficace impegno per la democrazia”.
Il secondo motivo di ricorso è teso a chiedere al Comitato se il contenuto del Testo Unico sia compatibile con i principi statutari della CGIL, e ciò sotto una molteplicità di profili che secondo gli schemi del diritto amministrativo raccolgono tutte le figure sintomatiche della illegittimità (dalla incompetenza alla violazione di autolimite all’eccesso di potere) e secondo gli schemi privatistici vanno dalla violazione del contratto di associazione alle previsioni contenute negli artt. 36 ss. del Codice civile.
Si pensi soltanto a ciò che significa per la democrazia e la partecipazione interne alla CGIL l’assunzione di in sistema sanzionatorio esterno che colpisce i comportamenti sia delle strutture sia degli iscritti che svolgono la funzione di delegati o rappresentanti aziendali.
Si pensi a come interferisce sul sistema decisionale della Confederazione e sull’autonomia, ivi sancita nel già citato articolo 11, delle categorie una commissione arbitrale (governata da altri soggetti che perseguono interessi contrapposti a quelli della Cgil) che interviene nel merito degli atti politici delle strutture della CGIL. Una commissione dove è preponderante il ruolo della tradizionale controparte sindacale. L’autonomia di valutazione e decisione delle strutture della CGIL e gli stessi equilibri del sistema decisionale interno sono sconvolti e sottoposti ad un vincolo esterno privo di qualsiasi legittimazione statutaria.
Inoltre solleva obiezione di fondo la previsione contenuta in quella intesa secondo il quale i diritti sindacali e di rappresentanza sono accessibili solo ai firmatari dell’intesa stessa. Tale regola è al di fuori dei principi stabiliti dalla la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha imposto alla Fiat di concedere le agibilità sindacali alla FIOM, nonostante non sia firmataria del contratto di gruppo e anzi quel contratto abbia contestato e contrastato. E al principio di libertà sindacale sancito dalla Costituzione , che comprende la piena libertà dei cittadini di associarsi in associazioni sindacali indipendentemente dal fatto che le medesime siano o meno sottoscrittrici di accordi interconfedereali e contrattuali.
Se è vero che la CGIL conforma le proprie decisioni ed il proprio operare ai principi costituzionali conseguentemente non può non rispettare o eludere una sentenza della Corte Costituzionale che afferma principi fondamentali dei lavoratori e del loro diritto ad essere rappresentati da organizzazioni effettivamente rappresentative a prescindere dalla legittimazione della Controparte datoriale.
La decisione impugnata è illegittima anche sotto il profilo della mancata consultazione degli iscritti.
Ed infatti, nessuna consultazione è stata svolta sulla intesa del 31 maggio 2013, di cui la segreteria confederale sostiene che quella successiva del 10 gennaio sia puramente applicativa. Né può valere la giustificazione per cui la precedente intesa del 28 giugno 2011 sarebbe stata approvata dalla consultazione apposita degli iscritti. È evidente infatti che non si può far derivare l’approvazione di tutti gli accordi solo dalla consultazione sul primo di essi. Così basterebbe votare una volta sola e poi si avrebbe un mandato permanente a sottoscrivere intese che è chiaramente contrario allo Statuto CGIL. In ogni caso è bene ricordare che nella consultazione sull’accordo del 28 giugno agli iscritti non fu portato il tema delle sanzioni, anzi esso fu esplicitamente negato da chi sosteneva quella intesa. Quindi su questo tema gli iscritti CGIL non hanno mai potuto pronunciarsi. Neppure può valere la contraddittoria decisione del Comitato Direttivo del 17 gennaio, che ha disposto che nei congressi di base gli iscritti votino lo stesso dispositivo approvato a maggioranza dal direttivo stesso. A parte il fatto che i congressi sono già iniziati e quindi alcuni voterebbero ed altri no, è evidente che questa non è una consultazione certificata ad hoc come previsto dallo Statuto.
Per tutte queste ragioni chiediamo l’annullamento di tutti gli atti di adesione e approvazione dell’intesa del 10 gennaio perché avvenuti in violazione dello Statuto della CGIL.
Ed inoltre è evidente come l’Intesa dispone del diritto di sciopero dei lavoratori (di cui ciascun lavoratore è titolare!) e obbliga i rappresentanti sindacali in disaccordo a sottostare alla “dittatura della maggioranza”, che potrebbe decidere le sanzioni nelle quali potrebbero incorrere anche i membri dissenzienti.
L’impegno a prevedere “disposizioni volte a prevenire e a sanzionare eventuali azioni di contrasto di ogni natura, finalizzate a compromettere il regolare svolgimento dei processi negoziali come disciplinati dagli accordi interconfederali vigenti nonché l’esigibilità e l’efficacia dei contratti collettivi”, la previsione che i ccnl “dovranno definire clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantire, per tutte le parti, l’esigibilità degli impegni assunti con il contratto collettivo nazionale di categoria e a prevenire il conflitto”, che “dovranno, altresì, determinare le conseguenze sanzionatorie per gli eventuali comportamenti attivi od omissivi che impediscano l’esigibilità dei contratti collettivi nazionali di categoria”, che tali disposizioni “dovranno riguardare i comportamenti di tutte le parti contraenti e prevedere sanzioni, anche con effetti pecuniari, ovvero che comportino la temporanea sospensione di diritti sindacali di fonte contrattuale e di ogni altra agibilità derivante dalla presente intesa”, la previsione che i contratti collettivi aziendali “definiscono clausole di tregua sindacale e sanzionatorie, finalizzate a garantire l’esigibilità degli impegni assunti con la contrattazione collettiva, hanno effetto vincolante […] per tutte le rappresentanze sindacali dei lavoratori nonché per le associazioni sindacali espressioni delle confederazioni sindacali firmatarie dell’accordo”, che le parti firmatarie “si impegnano a far rispettare le regole qui concordate e si impegnano, altresì, affinché le rispettive organizzazioni di categoria ad esse aderenti e le rispettive articolazioni a livello territoriale e aziendale si attengano a quanto pattuito”e che “eventuali comportamenti non conformi agli accordi siano oggetto di una procedura arbitrale da svolgersi a livello confederale” violano l’art. 7 che prevede che la Cgil ispira il proprio “comportamento rivendicativo e contrattuale, e le decisioni di ricorrere – quando è necessario – alla pressione sindacale e allo sciopero”.
Le decisioni della Segreteria e del Comitato direttivo, infine, violano ancora l’art. 2 dello Statuto, secondo il quale “La Cgil basa i propri programmi e le proprie azioni sui dettati della Costituzione della Repubblica e ne propugna la piena attuazione”, innanzitutto il diritto di sciopero e la libertà sindacale, e l’art. 5 che stabilisce che “le iscritte e gli iscritti sono chiamati a comportarsi con lealtà nei confronti delle altre iscritte/iscritti rispettando i valori e le finalità fissati nello Statuto” e che “qualora assumano incarichi di direzione sono chiamati a svolgere i loro compiti con piena coscienza delle responsabilità che ne derivano nei confronti delle lavoratrici/lavoratori e elle iscritte/iscritti rappresentati”.

Concludo quindi ribadendo la richiesta a codesto collegio di annullare tutti gli atti del direttivo e della segreteria confederale relativi all’adesione della CGIL all’intesa del 10 gennaio, perché incompatibili con lo Statuto dell’organizzazione, e conseguentemente dichiarare nulla la firma della CGIL a detta intesa.
Ritengo necessario, ai fini della istruttoria, che codesto collegio raccolga le valutazioni del segretario generale della FIOM, che, con mandato del Comitato Centrale della categoria, ha sollevato esplicito conflitto di competenza, e dei componenti del collegio legale che è intervenuto su mandato FIOM e CGIL nel procedimento che ha portato alla sentenza della Corte Costituzionale del luglio 2013. Naturalmente sono personalmente disponibile per ogni chiarimento e approfondimento.

In attesa dell’intervento del Collegio adìto e della decisione richiesta, che auspico abbia la massima sollecitudine vista l’importanza e l’urgenza della questione in oggetto,
rivolgo i miei più cordiali saluti

Giorgio Cremaschi, componente del direttivo nazionale CGIL.

Lì 29 Gennaio 2014

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