Uno sciopero generale, adesso!

A proposito delle inconcludenze della CGIL e dell’iniziativa del sindacalismo di base del 11 ottobre

Il grande corteo di Firenze promosso dal Collettivo di fabbrica e da lavoratori/lavoratrici di GKN, un paio di settimane fa, si è concluso nello splendido contesto di Piazzale Michelangelo con un intervento che ha richiamato la necessità di arrivare in tempi rapidi ad un grande e vero sciopero generale. È proprio vero. Serve adesso uno sciopero generale.

Uno sciopero generale per rispondere a delocalizzazioni e crisi industriali. GKN, Giannetti, Timken, Elica, Alitalia, ILVA, Whirlpool sono solo alcuni dei nomi che in questi mesi hanno riempito piazze e giornali, perché subiscono chiusure e licenziamenti improvvisi, spesso nonostante ci siano produzioni e profitti. È solo la punta di un iceberg: ristrutturazioni e riconversioni industriali sono emerse con la pandemia ma sono sospinte dalla lunga crisi iniziata nel 2008 e dal relativo acuirsi della competizione. Una dinamica evidente nell’automotive [che in Italia rischia di travolgere anche Fiat/Stellantis], ma che è diffusa ben oltre l’industria, colpendo in pieno anche centri commerciali, filiere turistiche e l’articolato mondo dei servizi all’impresa. Ognuna di queste realtà non si salva da sola: quelle piccole e anche quelle grandi, o le fabbriche, dove si è capaci di maggior resistenza. Serve unirle e unirle all’insieme del lavoro, per ottenere occupazione, salari e diritti per tutti/e. Come dice la GKN, la risposta deve esser collettiva e generale: #insorgiamo!

Uno sciopero generale contro lo sblocco dei licenziamenti. Lo stato di emergenza per la pandemia è al momento prolungato sino al 31 dicembre. Proseguirà almeno sino a primavera. Nel corso di questi due anni sono stati persi oltre 600mila posti di lavoro: quasi esclusivamente precari, instabili o vestiti da autonomi [formalmente indipendenti, in realtà subordinati]. Il governo Draghi, inseguendo il consenso del padronato (come abbiamo visto all’assemblea di Confindustria) già lo scorso 30 giugno ha tolto il blocco dei licenziamenti per gran parte delle imprese, piccole e grandi. Lo sciopero sarebbe stato necessario allora, invece di firmare una presa d’atto con le associazioni datoriali di vuoti impegni, come si è visto nelle settimane successive. In ogni caso, il 31 ottobre scadrà il blocco anche per abbigliamento, pelletteria, calzature e tessile, oltre che per le imprese che usano FIS e cassa in deroga. Nel corso dell’inverno e la prossima primavera rischiano quindi di diffondersi licenziamenti e chiusure in tutti i settori in crisi, travolgendo l’insieme del lavoro. Per questo serve ora una sciopero, per ottenere il proseguimento per tutti del blocco dei licenziamenti sino alla fine dello stato d’emergenza.

Uno sciopero generale per rivendicare una netta inversione delle politiche economiche del governo. La ripresa di cui tanto si parla in queste settimane, in realtà non c’è: c’è solo un rimbalzo dopo il baratro dei lockdown. Un rimbalzo che non solo mantiene le fragilità e gli squilibri di una crisi mai conclusa dal 2008, ma ne aggiunge di nuove: la crescita dei noli, la crisi dei semiconduttori, i costi del gas, la ripresa di un’inflazione che colpisce in particolare beni e servizi comuni [le bollette di gas e luce, gli alimentari, ecc]. Nel contempo, proprio la pandemia ha reso evidente l’importanza dei servizi pubblici universali, a partire proprio da quelli stravolti negli ultimi decenni: sanità, scuola e traporti. Il governo Draghi, però, sta perseguendo una politica di classe, indirizzata prioritariamente alle imprese e alla loro capacità di ricostruire produttività e margini di profitto. Così, non si prevede nessun reale intervento a difesa dei salari, come nessun rilancio dei servizi pubblici (non ci sono risorse né per gli organici della scuola, né per la ricostruzione di una sanità territoriale, ma anzi si persegue il solito obbiettivo di aprire spazi ai privati). Oggi, che si si definisce l’impianto della legge di bilancio, adesso che si mette a terra un PNRR al servizio delle imprese, serve uno sciopero generale per cambiare radicalmente queste scelte e questi indirizzi.

Uno sciopero generale per dare impulso ad una stagione contrattuale, conquistare salari e diritti. La pandemia, tra tutte le altre cose, ha arenato anche la contrattazione nazionale. Certo, da una parte ha sostanzialmente fermato l’offensiva lanciata da Bonomi, che voleva perseguire gli obbiettivi del patto di fabbrica [nessun aumento salariale monetario nei CCNL, ma solo welfare aziendale e aumenti sul secondo livello parametrati a produttività o obbiettivi aziendali], se non arrivare a stravolgere completamente l’assetto della contrattazione (sganciando il salario dall’orario). Dall’altra, però, gli aumenti di quasi tutti i rinnovi sono stati appena sopra l’IPCA (l’inflazione depurata dai prezzi energetici) e di durata quadriennale (spalmando quindi gli aumenti su lunghi periodi di tempo). I pubblici dipendenti sono ancora al palo (sul CCNL 2019/2021, praticamente già scaduto), come altri settori. Uscire dall’emergenza vuol dire anche riprendere pienamente una contrattazione in grado non solo di mantenere salari e diritti (sempre più compressi e stravolti in questi anni), ma anche riconquistare il salario perduto. A partire dai 3,3 milioni di lavoratori e lavoratrice dell’amministrazione pubblica, serve oggi lo sciopero, per aumenti reali e significativi, non semplicemente a tre cifre, ma che riportino i salari in media europea (almeno 300 euro lordi mensili medi).

Uno sciopero generale per la sicurezza e i morti sul lavoro. Il rimbalzo economico con il ritorno ad una produzione estensiva ha riaperto anche la tragica contabilità delle morti sul lavoro, meno segnate rispetto al 2020 dai contagi covid negli uffici e nelle aziende, più contraddistinte invece dalla cronica mancanza di controlli, dalla superficialità dei datori di lavoro, dalla rincorsa dei tempi e dei ritmi a scapito di salute e sicurezza. I tragici omicidi delle operaie a Prato e a Modena, entrambi determinati dalla rimozione dei meccanismi di sicurezza per non interrompere la produzione, sono solo l’esempio più evidente di pratiche diffuse e pervasive. Anche negli ultimi giorni abbiamo assistito al moltiplicarsi di incidenti e morti che scandiscono la cronaca quotidiana in modo continuo ed inaccettabile. Non servono gli impegni senza contenuti, le lacrime di coccodrillo delle istituzioni, le banche dati o qualche insufficienze assunzione di ispettori del lavoro. Serve cambiare indirizzo in modo radicale, con controllo e sanzioni immediate per ogni elusione o violazione della sicurezza: uno sciopero generale ora, serve anche a pretendere un’azione reale del governo e del parlamento in questa direzione.

Uno sciopero generale contro questa gestione del green pass nei posti di lavoro. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo, non siamo contrari all’uso del Green pass in generale, come strumento di ulteriore sicurezza (oltre distanziamenti e mascherine) in eventi e locali pubblici. Soprattutto, siamo favorevoli ad una vaccinazione di massa contro il covid19, uno strumento che riteniamo oggi non solo utile ma necessario per contenere gli effetti della pandemia: anzi, serve oggi un rilancio delle campagne vaccinali non solo in Italia ma nel mondo, perché nessuno si salva da solo in una pandemia. Il green pass nei posti di lavoro e per l’accesso ad alcuni servizi universali (come l’istruzione universitaria), però, mostra oggi un segno diverso. Da una parte è usato per allentare altre norme di sicurezza (costose ma efficaci), come la distanza nelle classi o la riduzione della capienza nei traporti (persino i frecciarossa sono oggi all’80%); dall’altra le sanzioni previste sono diverse nei tempi e nelle modalità (sanità, altri pubblici, privati), travolgendo le normative sui rapporti di lavoro e gli stessi contratti nazionali. Così si allenta la sicurezza, si divide il lavoro e si introducono nuove sperequazioni tra le diverse condizioni. La lotta contro il covid19, per noi, passa invece per l’eliminazione dei brevetti, la produzione e la distribuzione dei vaccini per tutti i paesi del mondo; il rafforzamento di un sistema sanitario pubblico e territoriale, a partire da un sistema diffuso di tracciamento e tamponi gratuiti; il rilancio della campagna vaccinale, in cui il sindacato può e deve esser in prima fila, come soggetto che attivamente coinvolge lavoratori e lavoratrici nell’obbiettivo di coprire il maggior numero possibile di persone.

Uno sciopero generale contro la repressione dei diritti e dell’attività sindacale. Negli ultimi mesi, nel quadro dello stato d’emergenza determinato nella pandemia, è cresciuta nelle aziende e nel paese la tendenza a considerare sospesi, o addirittura superflui, i diritti sindacali, i contratti come la stessa agibilità delle organizzazioni sindacali. Nelle imprese private come negli uffici pubblici, diventa sempre più difficile tenere assemblee, ottenere momenti e spazi di contrattazione, rivendicare interessi e diritti del lavoro. Questo clima generale, sostenuto anche da illustri commentatori e campagne di stampa, è sfociato poi in ripetute occasioni in pratiche antisindacali esplicite e violente, che si configurano nel loro insieme con un profilo non casuale e non occasionale. Il licenziamento per rappresaglia di delegati/e e RSU, evidentemente fastidiosi per le direzioni aziendali, sulla base di pretesti o teoremi inventi [usando spesso agenzie private per schedature e pedinamenti]; la presenza di squadracce e mazzieri in diversi picchetti, in particolare in vertenze simbolo della logistica o del tessile (TNT, Texprint, ecc); addirittura l’arresto o i fogli di via per alcuni sindacalisti, esclusivamente sulla base del loro impegno sindacale; l’assassinio del compagno Adil Belakdim, coordinatore del SiCobas di Novara, ad un picchetto. Uno sciopero generale ora è anche necessario per dare una risposta generale e complessiva a questa dinamica, bloccando con l’azione di massa il risveglio di un clima antisindacale che questo paese non conosce da decenni.

Da mesi chiediamo alla CGIL questo sciopero generale. Per cambiare i rapporti di forza, rompere l’isolamento delle lotte, interrompere la passività diffusa dalla pandemia, incrinare il consenso ad un governo tecnico e semibonapartista che ha un chiaro segno di classe. Uno sciopero generale vero che blocchi il paese, che faccia male al padronato, incida sulle coscienze, rilanci e diffonda una conflittualità diffusa. Quello che serve, cioè, è uno sciopero ora, al momento giusto, non un’iniziativa di posizionamento che segni il dissenso una volta che le scelte sono compiute (la fine definitiva del blocco dei licenziamenti il 31 ottobre, la definizione della Legge di Bilancio con la sua presentazione al Senato la messa a terra del PNRR, ecc). Uno sciopero che riapra quindi una nuova stagione, incidendo con richieste precise sulle scelte del governo, la gestione della crisi, la stagione contrattuale, le salute e sicurezza.

Questo sciopero, per ora, la CGIL non lo vuole fare. Continueremo a rivendicarlo in tutte le sedi, ma ad oggi prendiamo atto che non solo non lo indice, ma continua a dar credito ad un governo di cui ha sostenuto la nascita, rimuovendo le occasioni di conflitto e rinviando sempre il momento della verifica sulla sua reale iniziativa. Persino a livello regionale toscano non si è ancora dato seguito alla mobilitazione di Firenze con lo sciopero regionale, pure promesso già dalle prime iniziative di luglio. Per ora, la Cgil si è limitata a prevedere un corteo nazionale unitario con CISL e UIL, a cui forse nemmeno si arriverà per la titubanza delle altre confederazioni sindacali. Arrivando così, in ogni caso, a sviluppare una mobilitazione a giochi fatti, senza forza e senza impatto reale. Dopo molti anni, l’insieme del sindacalismo di base [Adl Cobas, Confederazione Cobas, Cobas scuola Sardegna, CUB, SGB, SiCobas, Sial Cobas, Slai Cobas, USB, USI, USI-CIT e ORSA] ha convocato uno sciopero generale per il prossimo 11 ottobre 2021, sulla base di una piattaforma generale largamente condivisibile [contro le politiche del governo Draghi e della UE, la repressione antisindacale, la precarietà e lo sblocco dei licenziamenti, per i salari, il rilancio degli investimenti pubblici, la sicurezza sul lavoro, ecc]. In questo schieramento unitario, già si sono sentiti i primi scricchiolii e si sono aperte evidenti fessure, più o meno sterili. In ogni caso, pur consapevoli che non potrà avere il carattere di massa che auspichiamo da un vero sciopero generale, la sua convocazione è una prima inversione di tendenza. Non è risolutiva, ma è quello che oggi si riesce a dare. Non a caso studenti, realtà e coordinamenti autorganizzati (in alcuni dei quali sono anche attivi compagni/e di #RT) parteciperanno a questa giornata di mobilitazione e di sciopero.

Come #RT, allora, ci auguriamo che lunedì 11 ottobre siano in sciopero e nelle piazze in tanti e tante, nonostante tutte le difficoltà, con una partecipazione e un protagonismo in grado di rompere la calma di questo autunno, come momento per lo sviluppo di quella conflittualità e quell’unità delle lotte di cui oggi, più che mai, c’è bisogno. Il nostro impegno e la nostra azione sindacale, negli organismi dirigenti della CGIL e nei luoghi di lavoro, nel dibattito sindacale e nei movimenti di lotta, sarà quello di sviluppare e diffondere la conflittualità sociale che è necessaria in questa complessa stagione politica e sindacale, con la massima vocazione unitaria e contro ogni logica autoreferenziale. In questa direzione, continueremo quindi anche a chiedere ed impegnarci affinché la CGIL arrivi a convocare un reale sciopero generale contro le politiche del governo Draghi.

#Riconquistiamotutto
Area programmatica della CGIL

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