L.Mortara: assemblea organizzativa per organizzare la lotta

Rielaborazione critica dell’intervento di Lorenzo Mortara all’assemblea generale della Fiom Piemonte del 20/09/2021

La relazione del compagno Fausto Dacio non è stata affatto noiosa come lui temeva, al contrario è stata abbastanza sintetica ed esaustiva, ma sintetica ed esaustiva dei nostri problemi di fondo che si ripetono più o meno uguali ad ogni conferenza di organizzazione (oggi ribattezzata assemblea organizzativa).

Dacio ha illustrato i problemi di un sindacato in crisi di tesseramento, senza più sponde politiche (l’evaporazione della cosiddetta sinistra radicale sul cui radicalismo ci sarebbe molto da discutere), di categorie al collasso senza più soldi che devono essere mantenute da quelle più ricche (di fatto dallo SPI, il serbatoio di tutti), di frammentazione contrattuale e di trapasso della Cgil da organizzazione sindacale ad una specie di azienda sempre più interessata all’erogazione di servizi. Tutto il discorso è inoltre ruotato attorno alla preoccupazione, segnalata anche da altri compagni intervenuti prima di me, di una Assemblea Organizzativa che rischia di passare sopra la testa dei nostri tesserati senza che manco se ne accorgano, estranei come sono alle questioni tutte interne all’apparato.

Più che una preoccupazione legittima, è una pura e semplice verità, e il punto è che dovremmo chiederci perché l’assemblea organizzativa è estranea ai lavoratori, non semplicemente mostrarci preoccupati. Perché se non fosse che i lavoratori pagano dazio ogni volta che si disinteressano di ciò che in qualche modo li riguarda, potremmo tranquillamente dire che è un bene che non si occupino dell’assemblea organizzativa, perché la burocrazia non sta dalla parte dei lavoratori, ma usa i lavoratori per il suo interesse che nei momenti cruciali è quasi sempre orientato in direzione ostinata e contraria al loro.

A monte quindi dell’assemblea organizzativa dovremmo discutere di quale tipo di sindacato vogliamo, perché l’estraneità dei lavoratori all’assemblea organizzativa è l’estraneità di chi è costretto a subire i colpi della lotta di classe, rispetto a un gruppo dirigente che fa di tutto per scansarla, praticando scientemente la collaborazione di classe, cioè la subordinazione degli interessi del movimento operaio agli interessi della borghesia nella speranza di un riconoscimento ufficiale da parte dello stato borghese.

Non può appassionare me e credo nemmeno i lavoratori una discussione che pretende di risolvere i nostri problemi, prescindendo dal conflitto sociale in atto nel paese e nel mondo. La frammentazione, lo sfilacciamento e l’estrema divisione di cui parlava Dacio nella relazione introduttiva, altro non sono che il risultato delle continue e reiterate sconfitte del movimento operaio. Più gli operai le prendono, più si indebolisce il sindacato, più aumenta la balcanizzazione contrattuale, più si sfarina la loro rappresentanza politica. Perciò prima di discutere delle 11 schede tematiche, dovremmo discutere di come invertire la rotta, di come far vincere al movimento operaio qualche battaglia. E quando parlo di vincere non intendo le presunte vittorie propinateci dai nostri dirigenti ad ogni tornata contrattuale, quando le nostre bacheche si riempiono di quei patetici comunicati che di volta in volta parlano di roboanti “riconquiste di contratti nazionali”, di “contratti difensivi” che hanno almeno pareggiato la partita con la controparte, e di altre infinite formule che l’infantilismo burocratico inventa per nascondere i suoi fallimenti.

Vincere o perdere non è un’opinione. È un dato oggettivo che dipende dalla tripartizione del reddito. Se aumenta la quota salari e cala di conseguenza quella di profitto e rendita, abbiamo la prova sicura, “oggettiva”, dell’inversione di rotta, la prova che il sindacato ha fatto davvero il suo dovere, che non è quello di recuperare uno o più punti di inflazione sopra l’IPCA (tanto più ridicolo visto la stangata che arriverà in bolletta, rimangiandosi ampiamente quello che si è creduto di recuperare), ma quello di redistribuire la ricchezza prodotta perché non si concentri nelle mani di pochi. Senza porsi il problema di questo tipo di vittoria, nessuno degli undici problemi posti dalle schede tematiche può essere risolto. Nella migliore delle ipotesi si potrà mettere una toppa da qualche parte, per vederne aprire altre mille dall’altra. Il che significa che ci troveremo tra qualche anno con 22 schede tematiche per un’ennesima, ridondante assemblea organizzativa con un sindacato ancora più ridotto nel tesseramento e un movimento operaio ancora più diviso e frammentato. 

Da questo punto di vista, non promette nulla di buono un’assemblea organizzativa con una Fiom che ci arriva con relazioni come quelle di Dacio o con gli interventi che mi hanno preceduto. Dopo più della metà degli interventi previsti, ancora non si è sentito alcuno nominare la grande manifestazione di sabato a Firenze per la GKN. 12000 persone per la questura, 40000 per i più sfegatati. Per me che c’ero e che non amo l’agiografia direi almeno 20000, forse di più, certo una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni. Per trovarne una più grossa bisogna risalire credo allo sciopero generale della Cgil sul Jobs act, il 12 Dicembre del 2014. Un’eternità fa. Sciopero passerella allora, lotta dura e vera oggi.

Non è la stessa cosa arrivare all’assemblea organizzativa con la GKN asfaltata o con la GKN che vince o apre una nuova stagione di lotta trascinandosi dietro la Whirpool, la Gianetti e tutte le altre fabbriche sull’orlo della chiusura. Le 11 schede tematiche dovrebbero essere discusse a partire da qui. A sentire relazione ed interventi sembra invece che sia solo un problema di idee o di impostazione della discussione. La soluzione è demandata all’alchimia di chissà quale proposta, in breve in base all’illuminazione di questo o quel dirigente, nella speranza che venga fulminato sulla via del cambiamento. Non sfiora alcuno dei nostri dirigenti che gli undici problemi proposti dalla Cgil possano essere risolti o affrontati seriamente solo se la GKN e le altre fabbriche vincono.

La Gkn oggi ha vinto una prima battaglia. Ma come ha ricordato lo stesso Airaudo nelle conclusioni, la vittoria vera e propria è altra cosa. I giudici borghesi hanno stabilito che i lavoratori non possono essere licenziati brutalmente, bisogna farlo con grazia. Che servi gentili sono a volte i giudici della borghesia! Insomma abbiamo guadagnato del tempo, grazie ai lavoratori in lotta. Il successo è loro. Fosse stato per il gruppo dirigente non avremmo ottenuto manco quello.

La Fiom, infatti, c’era a Firenze, ma c’era perché non poteva non esserci. Troppa la pressione. C’era come l’ultima ruota del carro o come un qualunque manifestante in segno di solidarietà. C’era insomma più da accompagnatrice che da protagonista in prima linea. È stata una presenza da tartufi più che da gruppo dirigente che si assume la responsabilità di guidare la lotta. Il compagno Salvetti, RSU della GKN, nelle conclusioni ha infatti tirato le orecchie alla nostra dirigenza, chiamandola in causa perché unifichi tutte le lotte in corso con uno sciopero generale, meglio ancora direi con una mobilitazione che paralizzi il paese fino a far arretrare il padronato.

Le conclusioni di Salvetti sono sacrosante e fin banali nella loro logica che dovrebbe comprendere chiunque, anche chi non ha un minimo di infarinatura sindacale. Il punto è che non dovrebbero essere le RSU GKN a dirlo, il compito spetterebbe innanzitutto al gruppo dirigente della FIOM. A cosa servono Re David, De Palma e altri se non a moltiplicare per cento, per mille le parole di Salvetti amplificandole? Oggi Re David dovrebbe essere davanti alla GKN a piantare una tenda, a farla diventare il suo quartier generale della guerra di classe in corso contro milioni di lavoratori. 

Nulla di tutto questo accade perché la verità è che il gruppo dirigente Fiom non condivide la linea di lotta radicale decisa dalla GKN. Alla GKN hanno occupato la fabbrica, ma la Fiom non dice che le fabbriche che chiudono vanno occupate; non dice che se i padroni licenziano i lavoratori, i lavoratori hanno diritto di licenziare i padroni; la FIOM dice che se la GKN chiude, il governo deve aprire un tavolo. Per la RSU GKN la soluzione è mobilitare i lavoratori, per la FIOM è mobilitare il governo, cioè il comitato d’affari della borghesia che lavora per Melrose.

Generalizzare le occupazioni significa aprire uno scontro frontale con il padronato. Non sarebbero a rischio i tavoli tanto agognati. Anzi i tavoli aumenterebbero e otterremmo pure soddisfazioni perché li avremmo ottenuti con la lotta e la mobilitazione dei lavoratori, cioè col coltello dalla parte del manico. La linea della Fiom è precisamente l’opposto, cercare di ottenere i tavoli offrendo alla controparte la garanzia del controllo e della immobilizzazione del movimento operaio. Ed è così che qualche tavolo si ottiene nell’interesse della burocrazia, l’unica che porta a casa qualcosa: il suo riconoscimento. I lavoratori non ottengono nulla perché così il coltello resta saldamente in mano ai padroni.

Proprio per questo, la Fiom finora ha lasciato sola la GKN. GKN, Whirpoll Gianetti eccetera lottano ognuna isolate. La Cgil, come ha ricordato una compagna, ha sprecato soldi per un’assemblea di delegati a Milano organizzando pullman pieni di dirigenti. Perché non li si è usati per una presenza di massa a Firenze del nostro sindacato? La lotta fa paura ai nostri dirigenti e la FIOM di fatto sta preparando in sordina un’altra sonora batosta per la nostra classe. Il tutto per conservare uno straccio di rapporto col Governo Draghi e con Cisl e Uil.

Senza l’appoggio completo della Fiom, difficilmente la GKN può vincere, indipendentemente dalla linea messa in campo dalle RSU su cui sarebbe bello anche approfondire il discorso. Ma non è questa la sede e non è nemmeno il momento, qui oggi va denunciato il sostanziale disimpegno della Fiom nazionale. Se così non fosse, le parole di Salvetti sarebbero già state messe in pratica, ben prima della manifestazione di sabato.

Da questo punto di vista, che è il punto di vista di chi vuole lottare, diventa inutile ogni discussione sulla assemblea organizzativa. Che senso ha infatti discutere della deriva della Cgil verso il sindacato dei servizi? Il primo intervento dopo Dacio ha detto che oggi i servizi sono fondamentali. Io penso che i servizi sono fondamentali per un “sindacato fondamentalmente di servizi”, cioè sostanzialmente per un sindacato giallo o comunque subalterno all’impresa. Ma non importa quel che penso io o chiunque altro. Come ha ricordato un altro intervento, oggi più della metà delle nostre tessere vengono dai servizi. La Cgil è già nei fatti un sindacato di servizi perché questa è la sorte che tocca a un sindacato che non lotta da anni. E perciò o lottiamo sul serio o tra dieci anni più del 60% delle tessere verrà dai servizi. Ma questo rallenterà solo la fine del tesseramento, perché in generale le tessere aumentano solo se si lotta e si vince. Se si continua a perdere non c’è modo di risolvere la crisi drammatica del tesseramento. E infatti Dacio nella relazione ha parlato di calo spaventoso del tesseramento, servizi o meno.

A corollario dell’inutile discussione sullo spostamento verso il sindacato dei servizi, sta l’ancora più inutile piagnisteo sulla fine dei partiti e dei punti di riferimento. Il compagno Lazzi ci ha spiegato che i nuovi tesserati che provengono dai servizi, non hanno punti di riferimento come una volta. Non sono insomma di sinistra anche perché la sinistra non c’è più. Tutto è cambiato dice Lazzi (e tanti altri dopo di lui), ma lo dice sempre come se il cambiamento fosse stato ordinato dal Signore e soprattutto lo dice come se il nostro compito fosse prendere atto dell’andazzo e assecondarlo. Non dovremmo fare l’opposto e contrastarlo? E infatti Lazzi conclude un po’ contraddittoriamente sull’importanza della formazione per ridare una coscienza politica ai delegati. Solo che i punti di riferimento di Lazzi e della nostra dirigenza chi sono? Sono i Bertinotti che oggi è un perfetto compagno da Comunione e Liberazione? Sono i Trentin che firmano lo smantellamento della scala mobile in cambio di una vacanza premio al Parlamento Europeo? Sono i Berlinguer che offrono austerità salariale ai lavoratori per rilanciare i profitti dei padroni? Sono i Di Vittorio che riconsegnano le fabbriche ai Valletta cacciati dai lavoratori? Ma non si rende conto Lazzi che i migliori esempi della sinistra storica, sono proprio quelli che hanno portato al disastro il movimento operaio lasciandolo oggi in braghe di tela? Io penso che i nostri punti di riferimento dovrebbero essere altri: Gramsci, Bordiga, Tresso, Lenin, Rosa Luxemburg e Trotsky. E ho citato Bordiga non a caso. È facile per me citare gli altri cinque, visto che li condivido praticamente in toto. Da Bordiga invece mi separano troppe cose. Ma nonostante i vistosi errori che ha fatto (penso alla preferenza della vittoria dell’asse rispetto alle democrazie borghesi nella Seconda guerra mondiale), lo considero un ottimo esempio perché è riuscito a stare sempre da una parte sola, la nostra, contribuendo come ha potuto e sinceramente per le nostre vittorie. Non così Bertinotti e gli altri, che considero pessimi esempi, perché hanno praticato sempre, specie nei momenti cruciali, la collaborazione di classe, contribuendo di volta in volta alle nostre sconfitte, subordinando il nostro interesse a quello del Capitale. È un circolo vizioso quindi il discorso di Lazzi, perché per rimpolpare la Cgil, di iscritti e di coscienze, ripropone l’identico modello di chi l’ha scarnificata fino all’osso. Ed è per questo che trovo inutile una discussione del genere.

Analogamente a che serve discutere della scarsa partecipazione femminile se tanto non si lotta per scelta deliberata e ostinata? La scarsa partecipazione delle donne è anche questa figlia delle sconfitte. Si perda alla GKN, si lascino per strada altre migliaia di lavoratrici e la soluzione sarà demandata ancora di più ai palliativi delle quote rosa.

Meno ancora serve un documento di categoria come prospettato dalle conclusioni di Airaudo. Non solo perché è ridicolo che dirigenti che al congresso e fino ad oggi hanno appoggiato in tutto e per tutto Landini, si presentino oggi con una specie di demarcazione territoriale alternativa che nei fatti non esiste e serve solo a posizionare pezzi di apparato. Ma anche perché pure questa proposta è del tutto astratta.

Alla Fiom non servono delle chiacchiere alternative rispetto alla Cgil, serve una “prassi” diversa. E un conto è presentarsi all’assemblea organizzativa con un documento nato nel fuoco della lotta GKN e del suo sostegno senza se e ma, un altro farlo con migliaia di lavoratori stecchiti dallo sblocco dei licenziamenti contro cui di fatto non si è mosso un dito. Solo nel primo caso si potrebbe mettere con le spalle al muro Landini, denunciando con un documento alternativo la vergogna dell’accordo che ha firmato spalancando la porta ai licenziamenti in GKN. Nel secondo sarebbe meglio stare zitti, visto che di fatto si sarebbe complici come in effetti lo sono Re David, Airaudo e tutti gli altri dirigenti nazionali.

Rischiano l’astrazione e l’inconcludenza pure le uniche due proposte che ho sentito da alcuni compagni e che condivido pienamente, dall’abolizione delle assemblee generali, inutili doppioni di direttivi sempre meno partecipati, a quella più coraggiosa ancora dell’abolizione del sostanziale mandato a vita per i dirigenti. Non c’è dubbio che tornare a lavorare in fabbrica non debba essere solo una rara eccezione, ma anche un ricambio più sistematico dei dirigenti, o persino l’incorporazione in CGIL del cavallo di battaglia “pentastellato” dei due mandati massimi, non cambierebbe nulla se promosso nell’ambito di una Cgil distrofica, incapace di muovere un dito nelle lotte. Al posto della solita burocrazia, avremmo una burocrazia più varia ma altrettanto immobile e perdente.

Persino la sostituzione delle 11 schede tematiche con le 11 tesi su Feuerbach mi riempirebbe di gioia un momento e poi mi metterebbe tristezza. Perché i filosofi hanno solo interpretato il mondo, ma i burocrati l’hanno sempre burocratizzato. Solo la lotta può mutarlo. E nelle mani della burocrazia Cgil, che le lotte le diserta o le sabota, anche le tesi di Marx si trasformerebbero nella forza dei padroni.

Non abbiamo bisogno, in conclusione, di un’assemblea organizzativa se lo scopo, dietro le 11 schede tematiche, resta quello di sempre: disorganizzare la lotta. Un’assemblea organizzativa serve solo se la lotta la vogliamo organizzare davvero: per vincerla.

22 Settembre 2021

Lorenzo Mortara
Rsu Fiom YKK Vercelli

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