La scuola è sola.

La necessità di un vero cambio di passo, a partire dalla determinazione sindacale e dalla mobilitazione della categoria.

Draghi si era annunciato, nelle Camere e nel paese, come la forza in grado di determinare un cambio di passo rispetto all’emergenza e alla crisi, a partire proprio dalla scuola. Abbiamo passato mesi a discutere (e comprare) milioni di inutili banchi a rotelle, abbiamo visto un disastroso avvio dell’anno scolastico con centinaia di migliaia di cattedre vacanti (amplificato dalla mancata stabilizzazione dei precari e da un’improvvida revisione del sistema delle graduatorie), abbiamo verificato le contraddizioni nelle misure di sicurezza a novembre (con le conseguenti diffuse chiusure), abbiamo subito le disarticolazioni regionaliste nelle riaperture di gennaio.

Il cambio di passo però non c’è stato, a partire dalle soluzioni prospettate sin nelle prime dichiarazioni (sulle quali abbiamo subito sollevato le nostre perplessità): l’azione del nuovo esecutivo è stata sinora in perfetta continuità con quella del governo precedente. Al di là dei proclami, infatti, non si è fatto nulla per sviluppare ulteriori condizioni di sicurezza, rivedere i protocolli, affrontare l’attesa terza ondata (segnata da varianti con un maggior impatto sui giovani) con provvedimenti realmente in grado di evitare (o limitare) un ritorno della didattica a distanza. Non è stato fatto nulla: non è stato speso un soldo, non è stata cambiata un’indicazione, non è stato rivisto un documento. Le mascherine Ffp2 non sono state considerate dispositivo indispensabile (in larga parte delle scuole sono ancora presenti quelle chirurgiche e di comunità). La distanza è ancora quella del metro statico tra rime buccali, anche nelle mense, nonostante l’ISS abbia indicato l’opportunità del distanziamento sino a due metri. Tamponi, tracciamenti, presidi sanitari sono rimasti sulla carta. Le condizioni di oggi sono cioè esattamente le stesse con cui si è affrontata la seconda ondata lo scorso autunno. Anzi, quel poco che si è fatto è stato segnato da contraddizioni, approssimazioni e confusioni. Nella sostanza, la scuola è nella stessa medesima situazione in cui si trovava nei mesi precedenti, nonostante la lezione impartita dalla prima ondata della pandemia.

Si è lasciato alle Regioni la piena, assoluta e incontrollata gestione del piano vaccinale. La gestione sanitaria del governo Conte era segnata dal progressivo imporsi dei Presidenti delle Regioni, che hanno imposto soluzioni oltre ogni loro prerogativa e ogni oltre logica (basti solo considerare la scelta di scuola alla carte della Puglia), sviluppando vere e proprie esperienze di federalismo esasperato. Una dinamica che ha visto un ruolo indebito e improprio della Conferenza Stato Regioni, in alcuni momenti reale organo di gestione dei provvedimenti emergenziali. Una dinamica che ha visto una sostanziale diversificazione dei diritti universali alla salute ed all’istruzione. Il nuovo esecutivo aveva quindi la possibilità di segnare una svolta, anche basandosi sul recente pronunciamento della Corte costituzionale [che ha prima sospeso una legge della Valle d’Aosta e poi l’ha dichiarata illegittima, perché di fronte alla dichiarazione dello stato pandemico da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità lo Stato ha la prerogativa di indicare le opportune misure sanitarie tali da imporsi anche all’autonomia speciale]. Non è stato così. Anzi. Non solo ogni Regione ha continuato a emanare propri provvedimenti e misure, ma lo stesso piano vaccinale ha visto svolgimenti differenziati in ognuno dei 19 sistemi sanitari regionali e nei due delle provincie autonome di Trento e Bolzano. Da una parte con palesi confusioni e contraddizioni (vedi su tutto l’esempio della Lombardia), dall’altra con evidenti diversificazioni persino nelle priorità (che hanno portato, ad esempio, a privilegiare i docenti in Puglia o gli anziani nella provincia autonoma di Bolzano/Bozen).

È stata gestita in modo imbarazzante la vicenda Astrazeneca e tutto il rapporto con le multinazionali farmaceutiche. La politica vaccinale è stata infatti sin dall’inizio segnata da scelte e procedure opache, da parte dell’Italia come dell’Unione Europea. Basti solo considerare l’individuazione dei vaccini di riferimento (spesso soggetti a valutazione geopolitiche più che mediche), il peso delle relazioni dirette tra governi e direzioni aziendali, i contratti segretati e la gestione opportunista nella forniture (con relativi blocchi e conflitti internazionali). Una gestione complessiva dell’emergenza sanitaria che non solo ha favorito speculazioni e truffe (come abbiamo visto sulle mascherine, in Germania come in Italia), ma che in ogni caso ha accompagnato il monopolio delle multinazionali farmaceutiche, che hanno finanziato i propri vaccini con enormi risorse pubbliche e oggi stanno macinando decine di miliardi di profitti sulla pandemia. In questo quadro, già preoccupante, si è aggiunta una gestione scandalosa del caso Astrazeneca, in cui, mentre si ribadiva la sua assoluta sicurezza, si sospendeva il suo uso in diverse nazioni europee (Italia compresa). Un’approssimazione comunicativa che, al di là di ogni valutazione di merito, rende inaffidabile qualunque autorità sanitaria, facilitando così pratiche contrarie alle vaccinazioni e culture complottiste.

Nello stesso tempo il governo ha deciso una profonda revisione del CTS, cambiandone il coordinatore e riducendolo a 12 componenti (dimezzati rispetto i precedenti 25). Tra i nuovi membri, però,  emergono non solo personaggi dal dubbio profilo scientifico (anzi, inesistente), ma ben due firmatari dell’incredibile appello dello scorso giugno sull’inequivocabile crollo dell’aggressività del virus. Un documento che ha alimentato (in modo forse decisivo) quell’illusione estiva che è stata alla base del ridimensionamento degli interventi per la ripresa dell’anno scolastico [nei primi documenti del Ministero dell’Istruzione, infatti, si era parlato di smezzamento delle classi ed oltre 120mila assunzioni straordinarie], oltre che forse dello stesso sviluppo della seconda ondata (partita proprio dal rilassamento delle misure di sicurezza e dei distanziamenti).

Il risultato disastroso è sotto gli occhi di tutte/i. In mancanza di sicurezza per studenti e studentesse, per i lavoratori e le lavoratrici, per tutta la comunità non si è potuto fare altro che chiudere per l’ennesima volta le attività in presenza delle scuole. Si è così nuovamente stravolto l’anno scolastico, tornando massicciamente alla didattica a distanza. Una didattica a distanza che studenti e docenti devono gestire esattamente come un anno fa, con i propri devices e le proprie connessioni. Una didattica a distanza che comporta enorme fatica e impegno per tutti/e, moltiplicando inevitabilmente il lavoro dei docenti. Una didattica a distanza i cui limiti sono oramai conosciuti (per esperienza) ed evidenti (nei dati di tanti rapporti). La scuola è formazione, apprendimento, sviluppo e socializzazione: tutto questo avviene attraverso relazioni e non può esser trasferito on line (quello che è possibile riprodurre è solo parziale ed incompleto). In questo processo, la scuola si è quindi trasformata in un moltiplicatore delle diseguaglianze (a partire da quelle di classe), che ha colpito in particolare i soggetti più deboli socialmente o individualmente. La scuola deve esser però un luogo sicuro e, non avendo fatto nulla, oggi purtroppo non lo è.

Il governo ha infatti scelto altre priorità. È risultato evidente nel suo primo intervento concreto, il nuovo decreto Sostegni di oltre 32 miliardi di euro. Come ha dichiarato lo stesso Draghi, tre quarti degli interventi sono destinati alle imprese. Per tacere del nuovo condono fiscale. Per le scuole, in sostanza si è scelto di rimandare qualunque azione al prossimo anno scolastico (mentre l’assurda ipotesi del prolungamento estivo delle lezioni è sostanzialmente evaporata nel nulla, almeno per ora). Il governo ed il Ministero dell’Istruzione hanno nel frattempo deciso di aprire un tavolo di confronto sindacale, per definire in qualche modo un patto sull’istruzione (gestione emergenza, recovery plan e interventi di sistema, precari e organici, rinnovo del CCNL): interverremo in altra occasione sulle dinamiche di questo confronto, vedremo probabilmente a breve i suoi effettivi contenuti. Però il primo atto del neoministro Bianchi ha comunque un chiaro valore indicativo, anche concreto: la conferma degli organici per il prossimo anno. Il personale della scuola sarà cioè esattamente quello di quest’anno (anzi, si perderanno qualche centinaio di posti, in particolare nelle scuole tecniche e professionali). La scelta non è solo quella di non smezzare le classi (nonostante il perdurare dell’allerta sanitaria ed il possibile ritorno di nuove ondate pandemiche), ma è anche quella di non smantellare le cosiddette classi pollaio. Al contrario, sarebbe stato oggi indispensabile ridurre il numero di studenti per classe, sia per garantire preventivamente spazi e modalità di gestione più semplici in caso di eventuali nuovi picchi epidemici, sia (e forse soprattutto) per strutturare le relazioni educative in contesti più congrui, anche estendendo il tempo pieno nelle primarie: avviando cioè un percorso in grado di intervenire realmente sulle disuguaglianze e i ritardi di questa lunga emergenza (altro che i cosiddetti recuperi). Mai come in questo momento va ribadita l’esigenza della trasformazione dell’organico di fatto in organico di diritto.

La scuola allora è sola perché la produzione ha la vera priorità. Rischia di rimanerlo a lungo, anche alla luce di un recovery plan che in fondo mette al suo centro la produttività totale dei fattori, cioè l’uso di tutte le strutture pubbliche (a partire dall’istruzione e dalla ricerca) per sostenere e favorire la competitività del capitale italiano, in un mondo sempre più stravolto dalla crisi e dalla competizione globale (a partire dai contrasti tra USA, e Cina e le altre potenze imperialiste, compresa l’Italia). Anche su questo sarà necessario tornare. Proprio il governo Draghi, però, si sta facendo carico di rilanciare questa impostazione già presente nelle prime bozze del PNRR preparate Conte (mettendo l’istruzione e la ricerca sostanzialmente al servizio delle imprese, come abbiamo sottolineato anche in uno specifico ordine del giorno al Direttivo FLC).

In tutto questo colpisce il silenzio del sindacato. A partire dalla CGIL e dalla FLC. Un silenzio coperto dagli omaggi all’alto profilo del nuovo governo, dalla babele su vaccinazioni e sicurezza, dall’apertura dei tavoli di confronto e dall’ipotesi di un patto sociale anche per l’istruzione. Un silenzio sottolineato dall’atteggiamento fiducioso e attendista verso il neoministro Bianchi, che nei fatti cancella ogni prospettiva di mobilitazione. Un silenzio però pesante, che si sente in tutte le scuole, e penetra nella pelle di ogni lavoratore e lavoratrice. Di fronte alla confusione del piano vaccinale, all’inadeguatezza delle misure di sicurezza, all’assenza delle mascherine Ffp2 e di reali interventi, ai crescenti contagi del personale della scuola di cui nessuno parla, il sindacato non ha di fatto dispiegato nessuna concreta indicazione nei posti di lavoro, nessun piano rivendicativo per RSU e RLS, nessun percorso di mobilitazione. Non ha organizzato e dato voce all’urlo di dolore che si sta vivendo nella scuola, amplificando in questo modo quel senso di solitudine e di impotenza che proprio quest’emergenza sanitaria diffonde e moltiplica. Un errore grave, perché questo silenzio rischia di risuonare a lungo nella categoria, nella sua coscienza e nella sua azione collettiva.

Ancora una volta, sollecitiamo una svolta. La necessità che FLC e le altre organizzazioni avviino un percorso ampio di reale coinvolgimento dei lavoratori e delle lavoratrici, sostenendo e facendo crescere in ogni territorio ed in ogni ciclo scolastico una presa di parola collettiva: appelli e creazione di coordinamenti delle RSU, mozioni dei collegi docenti, ordini del giorno delle assemblee sindacali, documenti sottoscritti da lavoratori e lavoratrici e creazione di comitati di lotta in ogni scuola sulle questioni della sicurezza, della stabilizzazione dei precari e della salute. Un’azione volta a collegare e unificare le diverse vertenze del mondo della scuola, contrastando così tendenze e pulsioni corporative presenti tra i suoi lavoratori e lavoratrici, risultato anche di una persistente subordinazione del gruppo dirigente sindacale al quadro politico ed ai governi degli ultimi anni. Ieri come oggi serve puntualizzare con chiarezza le rivendicazioni per la difesa della scuola, serve diffondere lo stato di agitazione in ogni realtà scolastica, serve far lievitare la richiesta di uno sciopero generale dell’istruzione e della ricerca, che si vada a collegare ad una reale vertenza generale di tutte le categorie. Solo la mobilitazione ed il protagonismo di lavoratori e lavoratrici, infatti, può portare ad ottenere scuole in presenza e in sicurezza, ad un vero cambio di passo.

#RiconquistiamoTutto nella FLC

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