L.Scacchi: università e ricerca, un bilancio dell’autonomia.

Intervento alla Assemblea Generale della FLC del 3 febbraio 2021, dedicata alla ricerca ed all’università

Care compagne e cari compagni,
sembra che nell’università nell’ultimo anno sia andato tutto bene. Non è così.

Anzi, nel corso di quest’anno si è approfondito sia nella prassi sia nelle norme l’autonomia competitiva degli atenei. Io credo sia stato gravissimo, e non sarà mai denunciato abbastanza, la generalizzazione dell’autonomia differenziata che questo governo [quello uscente, il Conte Bis] ha portato avanti nel DL Semplificazione, lo scorso agosto usando come dire, lo stato di eccezione dell’emergenza per imporre un’ulteriore approfondimento della controriforma dell’università [portata avanti dalla Gelmini]. Un’iniziativa tra l’altro parallela a quella dell’autonomia differenziata tra le Regioni, che ancora viaggia nelle iniziative politiche di questa maggioranza politica [vedi DdL Boccia o iniziativa dell’Emilia Romagna] è che come FLC, tutta la FLC, riteniamo estremamente pericolosa. Ha ragione allora Francesco nella sua relazione [Sinopoli, segretario generale della FLC]: a 30 anni dalla Ruberti [la legge che definì l’autonomia amministrativa degli Atenei, nel 1989/90, e innescò il movimento della Pantera], a 20 anni dal processo di Bologna e dalla riforma degli impianti didattici degli Atenei [la cosiddetta Berlinguer, con il 3+2 poi evoluto nel 3e2], a 10 anni dalla Gelmini [la legge 240 del 2010, che ha verticalizzato l’università su ordinari e Direttori Generali, avviato una competizione sorretta da una valutazione distorta e distribuzioni premiali delle risorse] serve un bilancio approfondito dell’autonomia. Serve cioè che come FLC ci diamo gli strumenti, le occasioni e le modalità per riflettere su dove è andato a parare questo lungo percorso. Perché io credo che proprio nell’università e nella ricerca noi abbiamo visto quotidianamente la piena continuità di politiche di quasi mercato nella gestione del sistema [indipendentemente dai governi tecnici, di centrodestra o centrosinistra].

Perché il punto io credo che non sia solo chiedere risorse. Certo, le risorse non ci sono. Negli ultimi dieci anni abbiamo visto tagli imponenti, che hanno rattrappito l’università [basti vedere il personale, didattico e amministrativo, calato del 20%, con la parallela esplosione del precariato]. Basti considerare i 5/6 miliardi di euro che sono mancati nel decennio solo sul Fondo di Finanziamento Ordinario degli Atenei [FFO]. Il problema però è anche, e forse soprattutto, come queste risorse vengono distribuite e spese. Attenzione, da questo punto di vista io credo che è chiaro che l’università italiana soffra la disattenzione sulla ricerca, come anche sulla stessa ricerca e sviluppo, da parte del governo e dello Stato [a partire da i finanziamenti pubblici percentualmente più bassi d’Europa]. Però l’uso capitalistico dell’università e della ricerca può esser altrettanto distorsivo, anche con grandi finanziamenti. Per riprendere alcuni passaggi della relazione, non sono sicuro che il complesso militar industriale universitario statunitense degli anni cinquanta o la logica dei grandi fondi pubblici portata avanti da Reagan negli anni ottanta (star wars, biotech e genoma, informatica e Silicon Valley) siano proprio dei nostri riferimenti. Certo, un grande investimento pubblico in ricerca sarebbe diverso dal deserto oggi, determinato anche da un sistema produttivo frammentato. Le risorse pubbliche da sole, però, senza toccare l’impianto dell’autonomia competitiva che segna oggi l’università, rischia semplicemente di concretizzare il modello ordoliberale [l’uso dello Stato per garantire il mercato e la riproduzione capitalista], che è in fondo quello oggi di Draghi: un semplice sostegno pubblico all’impresa e agli interessi privati.

La gestione Manfredi del Ministero dell’Università e della Ricerca è stata segnata proprio dalla valorizzazione di un’autonomia a tutto tondo. A partire dai protocolli di sicurezza: in Italia abbia avuto parametri nazionali nelle spiagge e nei bar, non li abbiamo avuti nelle università, dove a seconda degli Atenei c’erano metri di distanza diversi (dal metro di Padova ai tre di Pisa) o giorni di permanenza dei libri (nelle biblioteche, per la quarantena), che variavano dalle 48 ore ai 14 giorni. In questo quadro, Manfredi ha anche assicurato una centralità alla CRUI [facendo addirittura diventare un suo documento, esplicitamente, l’allegato del DPCM per la gestione dell’emergenza negli Atenei], che vorrei ricordarlo è un’associazione privata di alcuni Rettori (molti ma non quelli di tutte e 99 le università italiane). Non solo. Il MUR, qualcuno lo ha ricordato, ha anche rilanciato un modello di didattica, quella cosiddetta blended, che ha semplicemente mandato al macero vent’anni di esperienza e anche di indicazioni (vedi i documenti accreditamento ANVUR) sulla DAD universitaria. Così ha inserito telecamere in ogni aula universitaria (siamo intervenuti come FLC su questa dinamica ed i suoi rischi) e nel contempo ha delineato la strutturazione (futura di un’università on line per chi non la potrà frequentare in presenza, che rischia in realtà di andare a strutturare, come dire, gerarchie di apprendimento diverse, che saranno gerarchie di classe.

La divisione (e le divergenze) tra atenei che abbiamo conosciuto in questi anni è stata pesante. Proprio perché è passata attraverso una distorsione nella distribuzione delle risorse e di risorse sempre più scarse. Nel FFO la quota base p calata dal 70 al 50%. I finanziamenti ai Dipartimenti di eccellenza e i piani straordinari di reclutamento sono stati distribuiti utilizzando un sistema di valutazione allucinante e distorsivo (vedi ANVUR, VQR, ASN). Il DL 49/2012, quello che distribuisce i punti organico tra gli ateneo (le loro facoltà assunzionali) ha allocato le risorse secondo principi premiali, dando di più a chi ha già di più (effetto San Matteo), togliendo un migliaio di punti organico (praticamente un piano straordinario) agli Atenei più deboli (particolarmente quelli del centro sud, ma non solo) per darli a quelli più forti. Anche nel personale tecnico amministrativo si notano e si approfondiscono le differenze. Innanzitutto, tra le diverse sedi, sul salario accessorio che può esser molto diverso, molto, tra il Politecnico di Torino e atenei più piccoli o con meno risorse. Crescono le differenze anche trasversalmente ai diversi atenei, in primo luogo attraverso le esternalizzazioni e gli appalti: nei livelli alti (ad esempio oramai la posta elettronica di tutte le università è gestita da Google o da Microsoft, con i relative service in appalto che ne garantiscono il funzionamento), come nella mansioni più basilari (gli uscieri o la sorveglianza, nelle università, sono spesso in mano a cooperative sociali che pagano il proprio personale, precario, anche tre euro e mezzo o quattro euro all’ora).  

Allora in questo quadro, purtroppo, si è divisa anche la resistenza del lavoro. In questi ultimi dieci anni con l’applicazione concreta della Gelmini, si sono approfondito divergenze e differenze. La sconfitta del movimento contro quella legge ha aperto la strada a dinamiche di scomposizione tra realtà e tra settori che ha diviso le diverse resistenze. In ogni Ateneo ci si è focalizzati e ritratti sulle proprie condizioni [i propri bilanci, i propri regolamenti, la propria particolare composizione del lavoro], in relazione alle risorse territoriali a disposizione, la presenza di eventuali soggetti privati, il peso delle tasse e delle contribuzioni studentesche. Nel mio specifico settore, la docenza universitaria, i rapporti di lavoro sono poi declinati in modo molto diverso a seconda degli atenei di appartenenza, grazie alla Gelmini: orari, obblighi, impegni didattici, criteri per gli scatti di anzianità, sono quindi molto diversi da ateneo ad ateneo. Questo ha determinato non solo una spaccatura tra atenei, ma a questo punto anche tra componenti e settori. Lo abbiamo visto in particolare nella docenza universitaria e nel precariato, dove si sono imposte dinamiche e soggettività corporative e frammentate (dal Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria ai coordinamenti e le associazioni di RTI, PA, dei diversi gruppi e settori che compongono questa articolata realtà). Anche travolgendo esperienze sindacali notevoli: nell’università, sulla docenza universitaria, sul precariato e sulle politiche di sistema, noi avevamo un’azione intersindacale unitaria molto ampia, quasi unica direi in questo paese, che andava da USB e Cobas [cioè dai sindacati di base] al Cipur [il Coordinamento Intersedi Professori Universitari di Ruolo, un’associazione professionale], passando oltre che per CGIL CISL e UIL anche per movimenti e coordinamenti come quelli degli studenti o della Rete 29 aprile [nel 2013, ad esempio, un documento generale sulla situazione universitaria fu sottoscritto da ADI, ADU, ANDU, CIPUR, CISL-Università, CNRU, CNU, COBAS-Pubblico Impiego, CoNPAss, CSA-CISAL Università, FLC-CGIL, LINK, RETE29Aprile, SNALS-Docenti, SUN, UDU, UGL-INTESA FP, UIL RUA, USB-Pubblico Impiego]. Oggi questa esperienza, che ha segnato per diversi anni la mobilitazione nell’università, è sostanzialmente tramontata appunto nella frammentazione che segna proprio questo settore.

In questo quadro allora, per chiudere, io credo sia centrale la nostra azione e il nostro profilo generale. Io credo che in nessun altro settore come nell’università, sia centrale il nostro essere sindacato generale. Un sindacato cioè che si fa carico degli interessi generali del lavoro: difendere il sistema pubblico; bloccare le terze gambe della ricerca (indipendenti e di fatto privatizzate), i centri di ricerca esterni ad Atenei e EPR delineati dal PNRR, conquistare un protocollo nazionale di sicurezza, definire un livello nazionale di contrattazione e anche un livello di regolazione dei docenti universitari e per i precari (che garantisca nazionalmente rapporti di lavoro omogenei tra le diverse sedi), rivedere il sistema di distribuzione del FFO e anche dei punti organico nel DL 49/2012.

In questo quadro, e veramente chiudo, io credo però che noi dobbiamo esser consapevoli della nostra profonda difficoltà. In atenei e territori, per tenere insieme una maionese oramai impazzita tra diverse componenti e frammenti delle università. Nel centro nazionale: dobbiamo darci un asse e un assetto, che io credo oggi manchi. Serve superare la logica, che ogni tanto abbiamo, della semplice giustapposizione dei temi, delle componenti e delle diverse rivendicazioni. Serve una visione ed un’azione da sindacato generale, una gestione stabile, prospettiva, capace di definire priorità e interventi. Questa impostazione a me sembra mancata negli ultimi mesi, nella gestione dello stato d’emergenza, nei protocolli sicurezza, nel confronto con Manfredi, nello stato di agitazione dello scorso novembre. Serve una maggior gestione politica complessiva, una capacità di proiezione esterna. Soprattutto, io credo e ripeto, darsi un asse generale. Dimostrare qui che la FLC è un sindacato generale.

Luca Scacchi

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