Il cavallo di Troia dello Smartworking

di Eliana Como.

Dedico questa riflessione al mio caro amico Patrizio Di Nicola, uno dei più importanti studiosi italiani di telelavoro e di smartworking. Patrizio purtroppo è scomparso prematuramente un anno fa, altrimenti gli avrei spedito in anteprima questo articolo per permettergli di essere il primo a criticarlo…

 

In piena emergenza sanitaria, lo smartworking è stata una soluzione per molti/e e, in qualche modo, abbiamo fatto «di necessità, virtù», accettando nostro malgrado anche il DPCM che lo ha reso possibile senza accordo individuale.

Quando anche solo uscire di casa era un pericolo, abbiamo speso tutte le energie possibili a mettere in sicurezza i lavoratori e le lavoratrici, perlopiù chiedendo la chiusura dei posti di lavoro non essenziali, in particolari nei territori più a rischio. Era quella la priorità, seguita dal dramma economico dei tanti e tante che avevano perso il posto di lavoro o erano in cassa integrazione a metà salario e senza anticipo.

In mezzo a tutto questo, lo smartworking è stato tutto sommato il «male minore», anche per chi lo ha suo malgrado subìto, lavorando sul tavolo della cucina in 40 mq, mentre aiutava i figli con la didattica a distanza, con la connessione internet che saltava, riunioni a ogni ora del giorno e della notte e via dicendo… E anche chi si è trovato a perdere una parte di salario perché gli venivano tagliati i buoni pasto, in fondo, ha finito per fare «buon viso a cattivo gioco». D’altra parte, il paese era in emergenza, in Lombardia siamo arrivati a contare oltre 500 morti al giorno. Il problema principale, in quel momento, non era questo.

Il dubbio, però, lo abbiamo avuto subito: ma non è che le imprese si rendono conto che lo smartworking fa risparmiare loro una montagna di soldi e approfittano dell’emergenza per farlo passare anche in tempi normali?

Ecco, è esattamente quello che sta accadendo, tanto che probabilmente verrà prorogata anche la possibilità di attivarlo senza alcun accordo individuale. Nessuno è in grado di dire che il problema sanitario sia del tutto passato, è chiaro. E io non voglio sostenere che lo smartworking va contrastato in sé. È evidente, anche senza i sondaggi del Sole24ore, che esso ha effetti differenti su chi lavora e, a seconda delle condizioni di partenza e soprattutto del tipo di professionalità, per molti determina benefici difficilmente contestabili. Oltre a una sensibile riduzione del traffico, che dovremmo tutti auspicare.

Ma qui è in gioco, a questo punto, un’altra cosa, cioè la normalizzazione di una tipologia di lavoro fuori da ogni sua regolamentazione, a partire da un principio di base: la sua volontarietà.

Allora, per capire, facciamo un passo indietro. Quando nel 2016, venne introdotto per la prima volta lo smartworking, i redattori della proposta di legge lo presentarono senza infingimenti come «una modalità di lavoro innovativa basata su un forte elemento di flessibilità, in modo particolare di orari e di sede».

Scrissi subito, all’epoca (leggi qui), di fare attenzione, che «non è tutto oro quello che luccica» e che, di solito, quando si parla di organizzazione del lavoro, dietro un accattivante termine anglosassone si nasconde, per chi lavora, una ben più prosaica «fregatura». Il rischio era di apparire come una noiosa Cassandra, che, aggrappata agli schemi del vecchio fordismo novecentesco, si perde la portata rivoluzionaria e persino liberatrice di questa nuova forma di lavoro.

Ma ho corso il rischio e, a ben vedere, non avevo tutti i torti…

Prima di tutto non mi convinceva una cosa: perché introdurre una nuova normativa sullo smartworking quando esisteva già quella sul telelavoro? Questo resta tuttora, per me, il punto centrale: quale è la differenza tra il nuovo smartworking e il vecchio telelavoro?

Facile: stante lo svolgimento dell’attività lavorativa fuori dalla normale sede aziendale, lo smartworking, a differenza del telelavoro, sarebbe organizzato per obiettivi e non prevederebbe formalmente un luogo fisso di lavoro. Cioè, lo smartworker lavora in realtiva autonomia, per obiettivi e dove vuole: a casa, in una sede decentrata, in biblioteca, al bar, al parco, in piscina. Il telelavoratore lavora invece a casa (in una postazione di lavoro allestita ad hoc), perlopiù in modo continuativo (salvo i rientri periodici obbligatori in azienda) e nel rispetto dei compiti assegnati da direttive aziendali.  Ma allora chiedo: in questo periodo si sarebbe fatto smartworking o telelavoro? La risposta dipende molto dalla professionità dei singoli lavoratori, ovviamente, Ma è quasi scontata per la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti coinvolti in massa dallo smartworking in questo periodo.

Introdurre lo smartworking serviva in realtà proprio a rendere la prestazione di lavoro più flessibile e superare le norme e i contratti relativi al telelavoro che negli anni, a partire da un accordo quadro europeo tra le parti e da una legge nella pubblica amministrazione, avevano creato una serie di paletti normativi e negoziali, soprattutto nelle grandi imprese informatiche, di credito, di assicurazione e di servizio. Lo smartworking avrebbe dovuto fare proprio questo: liberare le aziende dai lacci e lacciuoli del telelavoro, che erano, per i teorici di questa forma di lavoro, la causa stessa del suo scarso sviluppo, dopo oltre 20 anni dalle prime sperimentazioni in Italia.

Il disegno di legge del 2016 garantiva, è vero, il carattere di volontarietà dello smartworking, nonché la possibilità di recesso e l’obbligo alla definizione di un contratto scritto tra le parti. Tutte cose che, già allora rischiavano, però, di essere fragili, perché quando si parla di «rapporto tra le parti» in mezzo c’è il ricatto tra azienda e lavoratore. E se invece di essere Mark Zuckerberg, sei un impiegato di medio livello, qualche problema rischi di averlo…

Detto questo, come volevasi dimostrare, in piena emergenza, sono saltati proprio quei già fragili presupposti: volontarietà, possibilità di recesso, obbligo dell’accordo scritto. E ora, passato il picco della crisi sanitaria, le imprese chiedono di prorogare proprio questi aspetti, non soltanto a figure iperprofessionalizzate, ma a tutte le figure impiegatizie.

Allora, se torno indietro, alla differenza tra smartworking e telelavoro, il quadro è chiaro. In questi mesi, la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici non hanno fatto smartworking, ma telelavoro non regolamentato, con l’effetto di destrutturare la prestazione di lavoro e persino di aggirare i vincoli di rispetto della sicurezza definiti dal decreto 81.

Salvo eccezioni in aziende che avevano accordi sindacali preesistenti, lo smartworking è cascato tutto sulle spalle di chi lavora: dalla postazione di lavoro, ai costi di connessione, in alcuni casi persino ai dispositivi informatici, fino a orari di lavoro fuori controllo, riunioni a ogni ora e nessun diritto alla disconnessione (tanto meno «obbligo alla disconnessione», che sarebbe invece ora di rivendicare). E in più l’isolamento fisico dei lavoratori, che in linea di massima ha indebolito anche i diritti sindacali e la capacità di organizzazione. Tutto questo mentre le imprese risparmiavano sui costi energetici di illuminazione, gestione delle sedi, aria condizionata (questo in estate, immaginate i risparmi sul riscaldamento in inverno), sulle mense e, in molti casi, pure sui buoni pasto. Certo, c’era l’emergenza e le scuole erano chiuse. Abbiamo scelto il male minore. Ma ora?

Nel 2016, scrivevo che lo smartworking rischiava di «essere l’ennesimo cavallo di Troia per destrutturare, in nome dell’innovazione tecnologica e organizzativa, la prestazione di lavoro. Se non esiste una sede fissa di lavoro, cosa resta del concetto di orario normale di lavoro? Cosa né è dei diritti relativi alla reperibilità, allo straordinario, al lavoro notturno, al riposo compensativo? Se le aziende non sono nemmeno obbligate a predisporre gli strumenti di lavoro, su chi pensiamo che ricadranno tutte le altre spese, quelle di luce, riscaldamento, connessione, pasto e via dicendo comunque necessarie allo svolgimento della prestazione di lavoro? Ma ancora più grave: se non si sa quale è il posto di lavoro, cosa ne è del rispetto delle norme di sicurezza e della responsabilità dell’azienda nei confronti dell’ambiente di lavoro? Come si fa il documento di valutazione dei rischi?»

Quattro anni dopo, è accaduto esattamente questo. E ora non è facile recuperare. Le imprese hanno ottenuto quello che volevano: liberalizzare il telelavoro, risparmiare sui costi e avere mano libera su orari e prestazione di lavoro. E, anche se il decreto 81 esiste ancora e va fatto rispettare, il rischio che venga svuotato nei fatti è alto.

Si fa presto, ora, a dire che occorre contrattare lo smartworking. Certo che lo faremo, ma il problema è che dovevamo allora difendere i diritti legati al telelavoro, mentre ora, nella migliore delle ipotesi, dobbiamo ricominciare tutto daccapo. Senza considerare che in alcuni settori, come quello della chimica/farmaceutica, si sta già iniziando a parlare di FORworking, versione ancora più destrutturata dello smartworking, che rischia di portare alle estreme conseguenze la prestazione per obiettivi, facendo definitivamente saltare ogni limite contrattuale a orari di lavoro, carichi di lavoro e flessibilità.

Per questo, io non ci sto, oggi come quattro anni fa, a inseguire il dibattito su quanto lo smartworking piaccia anche ai lavoratori. Tanto meno alle lavoratrici! Perché tra lavoro produttivito e riproduttivo, le donne sono sempre in «emergenza» e, anche dopo il Covid, state pur certi che in tante saranno costrette a scegliere «il male minore», facendosi andare bene anche lo smartworking sul tavolo della cucina. Così, si continuerà a evitare quello che servirebbe davvero, a partire da più servizi pubblici (in particolare gli asili) e il potenziamento dei congedi parentali. E attenzione, perché lavorare in casa, ma con meno diritti, senza obbligo alla disconnessione, senza controllo sui carichi e sugli orari di lavoro, alla lunga, non è affatto il modo migliore per conciliare tempo di vita e tempo di lavoro e, anzi, rischia di riportare le donne indietro di decenni, quando invece di chiamarlo smartworking lo chiamavano lavoro a domicilio.

E in ogni caso, il punto non è se lo smartworking piace o meno a chi lavora, se risolve problemi organizzativi delle famiglie, se riduce il traffico e via dicendo. Ci saranno sempre persone che adorano lo smartworking perché hanno una alta professionalità o vivono in case da 100mq con il giardino e altri che lo detestano perché viceversa non hanno la stessa professionalità o lo fanno in 40mq mentre accudiscono figli e casa. Il punto non è essere pro o contro lo smartworking. Il punto è un altro: perché il costo deve scaricarsi tutto sui lavoratori e le lavoratrici? Non c’è il rischio che la prestazione di lavoro finisca così per essere totalmente destrutturata e si perda il controllo sull’orario di lavoro, sui carichi e persino sulla sicurezza? Perché sono state di fatto cancellate le norme che la contrattazione aveva faticosamente stabilito sul telelavoro, persino quella basilare della volontarietà? Ancora più a monte, perché, quando si parla di innovazione tecnologica e organizzativa, i lavoratori e le lavoratrici vanno sempre indietro e le imprese, di contro, sempre avanti?

Insomma, Cassandra, di nuovo, non è stata ascoltata e, ora che il cavallo è entrato a Troia, è difficile impedire la distruzione della città. Ma, se i lavoratori e le lavoratrici di SCAI a Torino, in piena emergenza, sono riusciti a organizzare il primo sciopero in smartworking, ricordatevi che non tutto è perduto…

@elianacomo – portavoce nazionale #RiconquistiamoTutto

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