Con le donne che lottano, ovunque nel mondo!

Intervento di Eliana Como al direttivo nazionale CGIL del 3 febbraio, dedicato alle questioni internazionali

Nella foto, opera di Zehra Dogan (Palestina, 2019), artista curda femminista arrestata da Erdogan per un tweet.

Questo direttivo della CGIL è interamente dedicato alle questioni internazionali. Approfitto del suo carattere seminariale per provare a fare una riflessione che vada oltre i normali posizionamenti e le dinamiche precostituite in cui spesso ci chiudiamo. So che affronto un tema complicato. Può essere che sarà più facile nel prossimo direttivo intervenire per dire perché non sono d’accordo su un contratto nazionale piuttosto che su una riforma delle pensioni. Ma credo che sia utile provare a farlo qui.

La questione internazionale è intrinsecamente legata alla questione di genere e un nostro approccio ad essa non può che essere femminista. Ovunque nel mondo, compresa l’Europa e l’Italia, i rigurgiti fascisti, integralisti e reazionari si scaricano prima di tutto e in modo più violento sulle donne.

Ogni guerra miete vittime soprattutto tra donne e bambini. Intere guerre si combattono sul corpo delle donne e non soltanto nei casi, atroci, degli stupri di massa.

Ogni crisi ambientale e ecologica si scarica principalmente su donne e i bambini. Pensate, soltanto per fare un esempio, al popolo Mapuche, vittima dell’esproprio di massa da parte della multinazionale Benetton.

In ogni percorso migratorio, il prezzo più alto lo pagano le donne e i bambini. Pensate a cosa accade alla frontiera tra Messico e Stati Uniti.

Ogni disuguaglianza sociale e economica discrimina prima di tutto le donne. Pensate alle differenze salariali e nei tassi di occupazione in ogni sistema economico. Pensate soltanto al dato che riportava Susanna Camusso nell’introduzione, quello per cui il valore prodotto dal lavoro di cura nel mondo vale ben tre volte tanto quello prodotto dal lavoro ad alta intensità tecnologica. Un lavoro per lo più svolto dalle donne, eppure in larghissima parte, ovunque nel mondo, prestato in modo totalmente gratuito o comunque sottopagato.

Ovunque, l’integralismo e l’autoritarismo si nutre dell’attacco ai diritti delle donne e alla nostra libertà e emancipazione. La propaganda dei vari Erdogan, Putin, Trump, Bolsonaro, Salvini passa ovunque da una narrazione patriarcale e da santa inquisizione, quasi medioevale, fatta di valori bigotti, machisti, omofobi e antiabortisti che si scaricano sul diritto al lavoro delle donne, sulla laicità dello stato e sul controllo dei nostri corpi e della nostra sessualità. Tanto più, se non rientra negli schemi binari e tradizionali della eterosessualità. In Italia, si è tradotto, in particolare, nel tentavito di far approvare il decreto Pillon e nel carrozzone del Congresso delle Famiglie di Verona.

E ovunque nel mondo, la repressione e la violenza dei regimi autoritari tenta di annientare o annichilire le donne che lottano e resistono. È la storia di Marielle Franco, di Hevrin Khalef e di tantissime donne curde. L’attacco di Erdogan ai territori del Nord della Siria ha un significato che va oltre quello militare: per Erdogan, l’esperienza del Rojava è un vulnus, non soltanto perché rappresenta un esperimento di giustizia sociale, come ricordava Susanna, di indipendenza del popolo curdo e di laicizzazione della società. Ma anche, e credo soprattuto, perché è un esempio di resistenza delle donne e di affermazione dei loro diritti e della loro libertà. Il regime di Erdogan ha dichiarato guerra al popolo curdo, ai diritti delle donne, alla libertà di stampa e di espressione. A proposito, il 14 febbraio, Asli Erdogan, giornalista e scrittice impegnata per i diritti umani e per la libertà di espressione, rischia 9 anni di carcere in Turchia per aver scritto alcuni articoli pubblicati sul giornale Özgür Gündem, chiuso nel 2016, con le leggi speciali entrate in vigore dopo il fallito colpo di stato in Turchia. Vi invito a sostenere l’appello internazionale lanciato in sua solidarietà.

E’ anche la storia delle donne in Cile. Le poche e scomposte notizie che ci arrivano da lì, parlano di violenze e stupri contro le donne che hanno manifestato contro l’austerità. E scusatemi, ma non sono convinta del “suicidio” della Mimo. Non lo sarò fino a defnitiva prova contraria. Vi ricordo che anche Peppino Impastato all’inizio “si era suicidato”. Persino Pinelli.

È la storia, purtroppo, anche della maggior parte dei femminicidi. I centri anti-violenza ci raccontano tutti che il momento di maggior pericolo per le donne vittime di violenza è proprio quello in cui “si ribellano”, perché lasciano o si separano o provano a denunciare.

E d’altronde, senza andare dall’altra parte del mondo, considerate su chi principalmente si scatenano gli haters di casa nostra: su Laura Boldrini, su Carola Rakete, su Michela Murgia, su Greta Thunberg, persino su Liliana Segre. Sono tutte donne. Per non parlare del fatto che la compagna Nicoletta Dosio è reclusa in carcere nonostante i suoi 73 anni.

In punto è che, ovunque nel mondo, le donne che lottano e che resistono fanno paura. È c’è una ragione precisa: l’ordine patriarcale si basa sull’obbedienza delle donne ed è a noi che si chiede di essere le prime custodi di esso. Quando sono le donne a ribellarsi fanno più paura perché mettono in discussione alla base l’ordine sociale, lo decompongono dalla base, a partire dalla famiglia, dall’educazione, dalla cultura, cioè dalla fondamenta stesse della società civile. Per questo il potere non può sopportare la nostra ribellione e tenta di annientarci, dove riesce o ridurci al silenzio, o controllare i nostri corpi e le nostre vite.

Eppure in tutto questo c’è un fatto positivo. Nonostante il riemergere di pulsioni autoritarie e repressive in tutto il mondo, nonostante l’oppressione religiosa e il controllo sociale, ovunque, le donne continuano a lottare e resistere. In questi anni, dalle primavere arabe, all’Argentina, agli Usa, alla Polonia, al Medio Oriente, fino qui in Europa, il movimento internazionale femminista di Ni Una Menos ha dato voce alla radicalità e alla resistenza delle donne contro il sistema patriarcale, l’oppressione e la violenza.

Faremo anche quest’anno la discussione sulle mobilitazioni dell’8 marzo e sullo sciopero internazionale contro la violenza del 9 marzo. Anche se sapete come la penso, non voglio farla qui, perché non credo sia questo il luogo, ma vi invito, quando la faremo, a provare a tenere conto anche della sua dimensione internazionale. Può anche essere che sia un modo, finalmente, per provare a uscire da quelle logiche un po’ provinciali, a volte misere oltre che complicate, a cui spesso ci ha portato il dibattito nazionale.

Eliana Como

Qui il video dell’intervento pubblicato su Facebook.

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