Sangue blu. Sangue rosso
Editoriale di Sergio Bellavita
di Sergio Bellavita – La morte di centinaia di uomini, di donne e di bambini migranti nel canale di Sicilia, l’ennesima, per qualche giorno godrà delle prime pagine dei quotidiani nazionali e delle aperture dei Tg poi molto rapidamente verrà derubricata nelle pagine interne per poi sparire. Abbiamo imparato, purtroppo, che ci si può assuefare a tutto. Commozione e indignazione si affievoliscono progressivamente travolte da un escalation di morte che rischia di rendere normali le lunghe file di cadaveri senza nome. È sufficiente ascoltare i rigurgiti fascistoidi dei Salvini, delle Santanché, dei Luttwach alimentati da un governo che ipotizza la via militare direttamente nei porti della Libia per rendersi conto che il clima è più che pessimo nei confronti dell’immigrazione. Non basta più la rappresentazione del dolore e della morte di chi scappa da guerre,orrori e miseria assoluta ad attenuare la xenofobia dilagante. La sesta potenza mondiale, Italia dell’expo da bere e da mangiare, è pronta ad usare le armi contro la disperazione di massa, contro l’invasione di quella parte del pianeta, largamente maggioritaria, che può solo ammirare via satellite l’ammiccante capitalismo da vetrina. La crisi economica che travolge salari, diritti e che macina posti di lavoro ha bisogno di un nemico pubblico, di un capro espiatorio di massa a cui destinare rabbia e frustrazione sociale crescente. I/le migranti pronti a invadere le coste italiche per contendere lavoro e precarietà ai nativi sono perfetti allo scopo. Lo sa bene la destra che su questo costruisce il suo consenso, lo sa bene anche il governo Renzi e il centrosinistra che non a caso poco o nulla concedono alle politiche migratorie ed all’accoglienza. Il sangue avrebbe lo stesso colore se sud e nord fossero solo un fatto geografico e non invece una discriminante sociale, economica e politica. Sangue blu il nostro, protetto da ogni lato dalla fortezza Schengen eretta a difesa degli interessi dei paesi imperialisti e neocoloniali. Sangue rosso quello dei migranti, sangue di quell’umanità depredata,perseguitata e costretta alle guerra da secoli di dominazione coloniale dei paesi ricchi, noi compresi. Sangue rosso di braccia e intelligenze a basso costo buono per il lavoro sottopagato e ricattabile usato a piene mani dal sistema Italia per scardinare il modello sociale. L’indimenticabile Eduardo Galeano, scomparso pochi giorni fa,denuncio’ nei primi anni ’90 il fatto che un cittadino statunitense consumasse quanto 50 cittadini di Haiti, nella media ovviamente. Efficace tuttavia a comprendere le dimensioni della disparità esistente nell’uso delle risorse del pianeta. Rendeva bene inoltre l’idea di chi governa e domina il mondo e di chi subisce il dominio. I morti del canale di Sicilia non sono quindi frutto di una tragedia inevitabile, di un incidente, quanto invece di una strategia premeditata nei decenni passati. È l’unione europea la vera responsabile di quanto accade. È il modello Schengen che chiudendo le frontiere della UE produce esclusione e morte. È il capitalismo della globalizzazione delle merci senza libertà di circolazione degli uomini che alimenta la barbarie attuale. Non fingiamo di non vedere la pericolosa china che sta prendendo la vecchia Europa. Certamente culla dello stato sociale, di importanti conquiste civili ma anche delle più grandi tragedie della storia dell’umanità. Pogrom, genocidi, due guerre mondiali, quanto basta per allarmarsi. I morti del canale di Sicilia sono l’altra faccia delle politiche d’austerità sostenute dalla Troika, l’altra faccia dell’esportazione manu militari della democrazia, delle cosiddette missioni umanitarie . L’intreccio tra austerità e migrazione può rappresentare una miscela esplosiva sul piano sociale in ogni singolo paese europeo. Ci sono segnali precisi che vanno in quella direzione. Lo testimonia la crescita elettorale delle destre fasciste e xenofobe sospinta dalla progressiva affermazione di un modello sociale ed economico fondato sulle compatibilità consentite dalla coperta sempre più stretta di un capitalismo in crisi ma senza nemici. Se non ci sarà una rottura di quelle compatibilità la guerra diventerà guerra tra poveri, nel lavoro, nei quartieri, tra nativi e migranti, tra migranti stabili e nuovi ingressi. Per tutte queste ragioni il tema dell’immigrazione non è un fatto di solidarietà quanto piuttosto parte di una battaglia politica complessiva contro il modello imperante.
Certo nell’immediato è necessario costruire un canale umanitario per consentire ai migranti, non solo ai profughi, di entrare legalmente in Europa, ma se non si rovesciano le politiche sull’immigrazione sostenute dai governi in questi ultimi due decenni, se non si abbattono le frontiere per le persone, se non si fermano le guerre agite nel nome della pace i migranti continueranno ad essere merce a basso valore, buona per l’insopportabile ipocrisia governativa e istituzionale.

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