Sulla conferenza di organizzazione

Nota di Sergio Bellavita

Car@ compagn@
È partito ufficialmente il percorso della conferenza di organizzazione
della cgil con l’invio della bozza del documento elaborato dalla
commissione nazionale (leggi la bozza). Nei prossimi giorni diverse strutture, tra le
quali le categorie nazionali, saranno chiamate a confrontarsi con questa
bozza. Al termine di questo primo giro la stessa tornerà al direttivo
nazionale del 14 maggio,chiamato a licenziare il testo definitivo su cui
tenere la conferenza. La nostra area ha partecipato esclusivamente alla
commissione sulle regole in totale dissenso con i contenuti di merito e il
percorso scelto. Abbiamo deciso nell’esecutivo e nell’assemblea
nazionale dello scorso febbraio di produrre diversi emendamenti al testo
proposto il prossimo 14 maggio, non potendone presentare uno alternativo
in quanto le regole non lo prevedono, come peraltro è sempre accaduto
nelle conferenze di organizzazione.
Emendamenti che rappresenteranno il cuore della nostra battaglia
politica in questa conferenza.
Nel merito, prima della definizione di emendamenti veri e propri, riteniamo
utile far circolare un giudizio complessivo sulla bozza proposta alla
discussione e alcune indicazioni.
Cosi come accaduto nel congresso ultimo la cgil celebra la sua periodica
conferenza di organizzazione senza affrontare nessuno dei nodi che la fase
pone in maniera drammatica sul terreno sociale e politico. In primo luogo
la premessa politica è la solita rappresentazione del destino cinico e
baro che attanaglia il lavoro, una rappresentazione priva cioè di qualsivoglia analisi critica sulle
scelte compiute dalla Cgil in questi anni, sugli effetti concreti delle
politiche contrattuali sostenute. In particolare la pesantissima
sconfitta sul Jobs Act è totalmente rimossa dalla discussione. Il fulcro
della proposta della maggioranza Landini Camusso ruota intorno ad una
riorganizzazione fondata sul modello del testo unico del 10 gennaio,
bilateralità e contrattazione di prossimità. Su questa strada, coperto
dallo slogan più potere decentrato, si propone in realtà una
riorganizzazione, sotto il peso delle difficoltà economiche, a geometria
variabile tra categorie,che aumenta potere e funzioni delle categorie
nazionali, insieme ad una progressiva americanizzazione nella selezione dei gruppi
dirigenti che mantiene invariato e aumenta persino il peso delle strutture. Sulla
contrattazione siamo alla sostanziale continuità con le pratiche di questi
anni. Non c’è il minimo tentativo di affrontare la condizione concreta
degli uomini e delle donne che lavorano, dagli orari al salario, ai ritmi.
La contrattazione è ridotta a esercizio contabile, sempre più esterna ai
luoghi di lavoro, quale viatico per affermare un ruolo alle categorie.
Nulla persino sullo sbandierato contrasto all’applicazione del jobs
act azienda per azienda. Inoltre si prende atto del fatto che aumenta peso
e valore quella bilateralità che e’ ormai parte integrante del finanziamento di
molte categorie davanti alla crisi del tesseramento e delle entrate. La
sostanza è che questa conferenza appare un’ulteriore passo verso la
cislizzazione della Cgil, verso un modello di sindacalismo istituzionale,
cogestore insieme a imprese e governi dei cicli economici, delle sue
ricadute sociali.
Per noi, dopo il pesante giudizio sulle responsabilità dei gruppi dirigenti
della maggioranza espresso al congresso, l’autunno e la sconfitta
hanno prodotto un giudizio di totale inadeguatezza. Altro che manutenzione
dell’organizzazione. Avremmo bisogno di cambiare gruppi dirigenti e
strategie. Avremmo bisogno di una discussione di carattere congressuale
che affronti il tema di come fare sindacato al tempo del Jobs Act. Sia sul
piano generale per la riconquista di un sistema dei diritti, dei contratti
nazionali, nell’obbiettivo di rompere le politiche
d’austerità. Sia nei luoghi di lavoro per difendere dai licenziamenti
politici, per salvaguardare fabbriche e occupazione, contro la riduzione
dei salari,l’aumento degli orari di lavoro e contro il lavoro
domenicale. Avremmo bisogno di uscire dal modello del 10 gennaio. La Cgil
deve disdettare un accordo che rende possibile, esattamente come
l’articolo 8 di sacconi,la deroga a leggi e contratti nazionali. Il
minimo sindacale se davverosi vuole coniugare quello che si afferma con le
pratiche concrete. Avremmo bisogno di un sindacato democratico, aperto,
conflittuale e di classe. Mentre si ripropone nuovamente la sacralità
dell’unità a perdere con Cisl e Uil.
La nostra opposizione si misura quindi con l’aggravarsi della crisi e
dell’involuzione della Cgil. Un motivo in più per continuare a dire
che il sindacato è un’altra cosa.

 

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