Bellaria. Traccia per la discussione seminariale
Progettare, agire, ricostruire il conflitto
di Sergio Bellavita. Quelli che seguono sono punti, estremamente sintetici, di una riflessione che si vuole avviare nel seminario cui siamo chiamati. Una riflessione aperta che ha come base condivisa il documento congressuale del 17° congresso Cgil.
Premessa. L’obbiettivo del seminario è duplice: avviare il processo di ridefinizione del nostro progetto e rilanciare l’iniziativa delle militanti e dei militanti dell’area attraverso un luogo di confronto sui nodi della fase che consenta una discussione priva di retorica e fuori da ogni propaganda.
Il seminario si colloca nel pieno dell’incessante offensiva del padronato e dei governi contro salari e diritti del lavoro. Le politiche d’austerità imposte dai trattati Ue stanno progressivamente demolendo il cosiddetto modello sociale europeo scaricando sul lavoro i costi della ristrutturazione capitalistica, al solo scopo di salvare profitti,competitività, moneta unica e la stessa Ue. Le elezioni in Grecia, con l’affermazione di Syriza, hanno rappresentato un fatto inedito e di grande valore generale. Per la prima volta un paese membro della Ue chiede la fine dell’austerità minacciando di non riconoscere più gli accordi criminali imposti alla sua popolazione. Non ci interessa qui verificare le coerenze o meno del governo Tsipras a distanza di due mesi dal voto, quanto invece comprendere lo scenario politico e sociale dentro il quale il popolo greco sta giocando questa difficilissima partita. Se i vertici della Ue hanno dimostrato disprezzo per il voto democratico dei greci chiudendo ogni spazio ad una rinegoziazione reale del debito e del memorandum dobbiamo riconoscere che nessuna adeguata iniziativa in solidarietà e sostegno al popolo greco si è sviluppata in giro per l’Europa. Il popolo greco è stato lasciato solo davanti all’arroganza della Merkel, della commissione europea e della Bce. Non sappiamo come finirà il braccio di ferro tra Atene e (in sostanza) Berlino, quello che possiamo dire con certezza è che l’esito dell’esperienza di Syriza in Grecia, nel bene e nel male, è destinato ad avere un notevole impatto a livello europeo nel prossimo futuro e non solo nel campo della sinistra. Un’eventuale fallimento di Syriza rischia di travolgere le speranze e i tentativi che si stanno affacciando in giro per l’Europa, in particolare in Spagna, di rompere da sinistra con l’austerità lasciando così tragicamente campo libero all’estrema destra, ai neofascismi. Per queste ragioni il movimento sindacale e la sinistra portano una pesante responsabilità nel non aver sostenuto la lotta all’austerità a livello europeo e di ogni singolo paese. Non si trattava di esprimere generica solidarietà quanto invece comunanza di interessi contro le politiche criminali della Ue e della Bce. Una passività che alimenta e fomenta nazionalismi e razzismi.
Le operazioni finanziarie di Mario Draghi hanno sinora consentito di tamponare un collasso dell’euro che appariva imminente sino a qualche mese addietro. Tuttavia, come spesso accade, il costo della massiccia iniezione di capitali a sostegno delle banche e del credito sarà interamente pagato dalle classi popolari ed è destinato ad aggravare ulteriormente le pesanti ingiustizie sociali senza risolvere alcuno dei nodi di fondo del sistema. Il nostro giudizio sulla poltica della Ue, sul Brussel Group, nuovo nome della Troika, è netto. Senza una rottura profonda dell’attuale Ue e l’uscita dai trattati, senza una rottura netta delle politiche d’austerità e senza una liberazione dal giogo del debito pubblico non è possibile nessuna difesa e ricostruzione dl sistema di diritti e tutele del lavoro e delle classi popolari. Imporre una diversa agenda politica e sociale alla Ue per rimettere al centro il lavoro, l’uomo e i suoi bisogni significa operare fuori e contro le compatibilità date. Dentro l’attuale quadro non è possibile nessuna politica di segno diverso.
La questione dell’Europa, il giudizio sull’irriformabilità della stessa sono costituenti di una sinistra politica e sociale che si ponga davvero il tema della ricostruzione del vincolo sociale rispetto all’impresa ed al mercato.
Il tema dell’Europa investe direttamente il sindacato. Se si accetta il quadro delle compatibilità imposte dalla Ue non resta che praticare il sindacalismo della miseria,accettando il blocco della contrattazione del pubblico impiego, i tagli alla sanità, alle pensioni, cioè la progressiva liquidazione del modello sociale. In Italia i provvedimenti del governo Renzi si sono contraddistinti per il loro brutale segno di classe, in ossequio alle richieste della Confindustria e dei tecnocrati europei che spingono alle riforme strutturali il sorvegliato speciale Italia. La lettera di Draghi e Trichet del 2011 è divenuta programma di governo, prima con Monti, Letta ed ora con Renzi.
Con l’approvazione del Jobs Act si è consumata una pesante sconfitta del movimento sindacale del nostro paese. Non era scontato finisse così. Le mobilitazioni dell’autunno contro il governo Renzi hanno dimostrato l’esistenza di una vasta disponibilità dei settori popolari, dei lavoratori a riprendere il conflitto, ma hanno anche mostrato i pesanti limiti e ritardi di un’iniziativa sindacale che non è riuscita a piegare o anche solo a scalfire il governo e che non si è mai posta davvero il problema di come farlo. Lo testimonia il fatto che i primi due decreti attuativi della legge delega approvati dal consiglio dei ministri sono persino più pesanti di quanto annunciato prima dello sciopero generale del 12 dicembre. Avevamo quindi pienamente ragione, e non ne abbiamo alcun piacere, quando abbiamo criticato duramente tempi e contenuti dello sciopero generale contrapponendo ad esso la mobilitazione di lungo periodo. Il 12 dicembre ha segnato la fine della peraltro breve parabola di mobilitazione della Cgil. Le dichiarazioni tanto bellicose quanto vuote di diversi dirigenti che parlavano del passaggio ad una nuova fase nel contrasto al Jobs Act tutta giocata sul terreno giuridico o contrattuale, servivano solo a coprire la fine delle mobilitazioni. A distanza di oltre tre mesi dallo sciopero generale si può affermare che la maggioranza del gruppo dirigente della Cgil, a partire dal duo Landini Camusso che ha gestito in totale sintonia la fase di mobilitazione e quella della male parata, ha deciso di non dare alcuna continuità al contrasto al Jobs Act ed anzi si appresta a governarlo applicandolo. Risulta grave e colpevole l’incomprensione della portata di quanto accaduto. Gli effetti del Jobs Act sulla condizione di chi lavora, più in generale su quella delle classi popolari e sulla capacità stessa di iniziativa sindacale saranno radicali. Non siamo in presenza di un singolo provvedimento iniquo quanto piuttosto alla riscrittura sostanziale del modello sociale e politico di questo paese. Non solo per l’evidente sconfitta della Cgil nel braccio di ferro con Renzi quanto piuttosto per i radicali cambiamenti che il mondo del lavoro è destinato a subire e con esso l’insieme del movimento sindacale. Cambiamenti che mettono in discussione la natura stessa del sindacato in Italia. È’ la forma classica dell’iniziativa sindacale a conoscere una crisi senza precedenti. Una crisi che prescinde dal posizionamento dell’organizzazione, dalla sua radicalità formale o meno. Lo testimonia bene il fatto che la crisi della Cgil non determina ne favorisce il rafforzamento o la tenuta stessa del sindacalismo di base messo anch’esso a dura prova nella propria capacita’ di iniziativa. Quella che più volte abbiamo definito “irrilevanza” del sindacato è esplosa clamorosamente con il governo Renzi, protagonista assoluto della politica del disprezzo nei confronti del sindacato confederale. Occorrerebbe indagare maggiormente la natura di questa crisi, la sua dimensione. La crisi della rappresentanza sociale e politica del lavoro, responsabilità diretta anche di gruppi dirigenti che hanno contribuito attivamente alla demolizione del potere dei lavoratori, è prima di tutto crisi di efficacia della propria iniziativa ed incapacità di rispondere ai bisogni di chi si vuole rappresentare. La stessa dimensione del conflitto che la riduzione di margini di compromesso pone in maniera radicale diviene elemento di crisi. Il corpaccione della Cgil ha la testa rivolta al passato, agogna il ritorno ad una concertazione impossibile, nonostante i tanti danni che ha fatto alla condizione di chi lavora.
Con il sindacato è entrato in crisi anche il modello delle manifestazioni rituali, degli scioperi di testimonianza che pure per un lungo periodo hanno avuto un effetto deterrente su padronato e governo. Oggi la partita si gioca tutta sui rapporti di forza, o ce li hai oppure soccombi. Il sindacato deve pertanto ricostruire rapporti di forza che ha largamente perso anche per sua responsabilità. Noi siamo chiamati a ragionare e a lavorare a questa ricostruzione. Per la nostra esperienza il seminario è anche un’occasione di bilancio della linea seguita dalla fine del congresso in poi. La scelta di fare una campagna interna ed esterna, di dare battaglia per ottenere la proclamazione dello sciopero generale contro il governo Renzi ha puntato sull’esistenza di uno spazio di contraddizione interna, per quanto residuale, nella Cgil. L’autunno aveva prodotto una dinamica interessante nel rapporto tra vertici della Cgil e Pd. Quando la mobilitazione appariva in forte ascesa e la tensione con il Pd cresceva positivamente divenendo critica di massa, la Cgil , a partire dal livello nazionale, ha deciso di abbassare i toni consentendo così a Renzi di portare a compimento la sua brutale legislazione senza particolari contrasti. Il presidio al senato contro l’approvazione finale del Jobs Act ha visto protestare qualche centinaio di militanti del sindacalismo conflittuale, dei centri sociali e dello strike meeting con la totale assenza della Fiom e della Cgil. Nei giorni successivi il varo del Jobs Act il gruppo dirigente nazionale è stato chiamato dalla segreteria Cgil a affrontare il tema del che fare a fronte del mutato contesto. Dalle politiche contrattuali al rapporto con il Pd, per qualche giorno la Cgil pareva volesse fare davvero i conti con la sua crisi. Un fuoco di paglia purtroppo, presto spento dalla fretta di gran parte del gruppo dirigente, peraltro messo diverse volte sotto critica dalla stessa Camusso per la scarsa coerenza nei comportamenti e nella pratica delle decisioni assunte, di archiviare la mobilitazione, le fratture nei rapporti unitari, sanare le ferite nel rapporto con il Pd e il palazzo e soprattutto di minimizzare la portata della nuova legislazione contro il lavoro. La conseguenza è che anche quanto deciso dal direttivo nazionale del 18 febbraio sul terreno della presunta continuità delle lotte è andato progressivamente sparendo dall’agenda sindacale. Archiviate in tutta fretta le roboanti e velleitarie dichiarazioni che parlavano di guerriglia contrattuale azienda per azienda contro l’applicazione del Jobs Act, per l’opposizione delle categorie preoccupate di rompere i rapporti unitari, restavano le scelte deliberate dal direttivo. Eppure ad oggi non c’è traccia alcuna del percorso di consultazione interna degli iscritti a cui affidare la scelta sul sostegno o meno di una campagna referendaria per l’abolizione del Jobs Act. Così come la raccolta firme per una legge di iniziativa popolare a favore di un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori è niente più che una dichiarazione. La stessa proposta della coalizione sociale di Landini va letta nel contesto della sconfitta sul Jobs Act. Per parte rilevante delle organizzazioni a sinistra del Pd può essere la risposta alla pochezza dei singoli partiti ed all’insufficienza dell’iniziativa sociale davanti alla dimensione dell’attacco. Per alcune organizzazioni è la risposta giusta davanti alla crisi irreversibile del sindacato e della classe. Per altre è esattamente, all’opposto, la via giusta per coniugare la costruzione di una soggettività politica di classe con la tradizionale iniziativa sindacale. Il fatto che organizzazioni con obbiettivi, analisi e natura assai diverse si ritrovino nel progetto testimonia il grado di estrema confusione della sinistra politica e sociale del nostro paese. E testimoniano inoltre l’ambiguità di un progetto che in realtà non ha chiarito per nulla i suoi obbiettivi e la sua natura. Cosa si propone la coalizione sociale? E’ una risposta possibile sul terreno della ricostruzione del conflitto, in continuità con la mobilitazione dell’autunno, o invece risponde al tentativo di spostare l’impegno sul piano politico,mediatico dopo la debacle sociale? E’ cioè una risposta per ripartire o è parte della ritirata? Nel primo caso dovrebbe fondarsi su una Fiom protagonista del conflitto, perno di un più vasto movimento in rottura con Cgil-Cisl-Uil, con il sistema del 10 gennaio e con il partito democratico. La coalizione sociale per come è nata, a porte chiuse ed a inviti, non sembra fondarsi su una progettualità sociale antagonista. Di tutto ciò non c’è traccia alcuna se ci si attiene ai fatti e non ci si ferma agli auspici o peggio si rimuove la realtà perché si assume un punto di vista politicista. La manifestazione della Fiom di sabato 28 marzo è stata presentata come il debutto della coalizione sociale. Così si perde ogni distinzione, necessaria, tra sindacato e partito, si lede l’indipendenza della rappresentanza degli interessi dei lavoratori. In questo stato di estrema confusione, riprende invece vigore l’implementazione del modello del 10 gennaio 2014 che comincia a mostrare tutto il suo carico liberticida con l’esclusione dei sindacati non firmatari dalle elezioni delle rsu.
Inizia con questa constatazione amara la nostra necessaria riflessione sulla Cgil. Se è vero come è vero che tutti concordiamo sulla portata di quanto accaduto con l’approvazione del jobs act occorre allora coerentemente non dimenticare che ciò comporta un cambio di fase nella vita della Cgil e della stessa nel rapporto con i lavoratori. Un bilancio è quindi necessario.
La crisi della Cgil
Il pauroso vuoto d’iniziativa che segna da tre mesi la fase post sciopero del 12 dicembre è l’indicatore più attendibile per misurare la dimensione e la profondità della crisi della Cgil e di tutte le sue categorie e strutture.
Quella che era stata annunciata come la seconda fase della mobilitazione contro le politiche del governo si rivela sempre di più come un’ingloriosa ritirata, per coprire la quale si usa la carta della consultazione iscritti per un possibile referendum abrogativo del Jobs Act e quella della raccolta firme per un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori. La pretesa continuità delle lotte semplicemente non esiste. Ci si è accontentati di uno scontro di pura testimonianza che ha puntato sin dall’inizio sul bisogno disperato di legittimazione degli apparati più che sul conflitto come arma per imporre un’altra agenda al governo.
Lo sciopero generale di dicembre non ha spostato di una virgola l’orientamento del governo che invece, compreso che la Cgil non sarebbe andata oltre, ha sbeffeggiato sciopero e scioperanti approvando i primi due decreti attuativi sotto natale e peggiorandone persino i contenuti. Una debacle che con occhi attenti appariva inevitabile sin dall’ottobre per due ragioni. In primo luogo va considerato il carattere pressochè mediatico dello scontro ingaggiato tra i vertici della Cgil e Renzi. Mentre sui mass media volavano stracci, insulti, nel paese non si apriva nessun reale scontro sociale dentro e fuori i luoghi di lavoro. Nelle centinaia di aziende in crisi, nelle ristrutturazioni a suon di licenziamenti l’iniziativa della Cgil e di tutte le sue categorie, Fiom compresa, proseguiva unitaria e indisturbata nella contrattazione di restituzione di salari e diritti. In sostanza alla battaglia di vertice non corrispondeva nessuna battaglia generale nel paese. Ciò ha impedito di alimentare l’indispensabile generalizzazione del conflitto. In secondo luogo modalità, tempi e contenuti in una vertenza non sono variabili indipendenti. L’autunno di contrasto ad un provvedimento tra i più brutali della storia della repubblica sulla condizione di chi lavora è consistito in uno sciopero generale di otto ore e in una manifestazione di sabato. Il tutto a sostegno di una piattaforma che rivendicava la piena applicazione dell’accordo liberticida del 10 gennaio 2014 che ha accolto il modello Marchionne e apriva ad una nuova manomissione del valore dell’art.18. Ben sotto il minimo sindacale quindi. La verità è che i vertici della Cgil hanno scommesso sul dibattito parlamentare affidando buona parte della speranza di attenuare le parti più cruente del Jobs Act alla sinistra Dem. La mobilitazione d’autunno era quindi costruita come una classica forma di pressione sulla politica più che un reale conflitto. Segno della totale incomprensione del cambio radicale di fase avvenuto negli ultimi anni. Un’incomprensione che ha portato ad una dura sconfitta di una battaglia mai combattuta davvero. Oggi la Cgil sarebbe pertanto costretta a misurarsi con la sua crisi di efficacia, con la sua irrilevanza nella condizione di chi rappresenta e nei confronti di governo e imprese, pena la sua progressiva scomparsa. Dovrebbe affrontare il tema della contratti nazionali che si avviano ad un blocco generalizzato a favore della contrattazione di restituzione a livello aziendale. Non esiste più una contrattazione diffusa del salario, degli orari, dell’organizzazione del lavoro che non sia a perdere. La crisi della Cgil è tutta qui. Non riesce più a rispondere alle domande di chi rappresenta, non ha più alcun buon ufficio con una politica di palazzo che gli eviti il ricorso al conflitto e non riesce anche solo a ridefinire il suo asse strategico. Ed appare una crisi tanto più grave quanto più viene semplicemente rimossa e nascosta dalla politica degli annunci, dalle parole d’ordine tanto pseudo radicali quanto velleitarie. L’approvazione del Jobs Act la certifica ed è destinata ad avere pesanti ripercussioni sulla natura stessa del sindacato. La sostanziale cancellazione dello statuto dei diritti dei lavoratori apre uno scenario del tutto inedito nella storia della repubblica. La stessa possibilità di organizzare la rappresentanza e il conflitto nei luoghi di lavoro deve fare i conti con il regime della totale ricattabilità del lavoro. La Cgil ha forse da tempo attraversato il bivio imposto dalla durezza di un attacco che aveva come obbiettivo la liquidazione del modello sociale del nostro paese, scegliendo di stare nelle compatibilità date. Quell’attacco è largamente passato, l’impalcatura su cui ha poggiato per quarant’anni il potere dei lavoratori è venuta meno. Tuttavia si ripropone ancora, per tutto il sindacalismo di classe, il tema di una linea ed una pratica sindacale fuori e contro il Jobs Act e il Testo Unico del 10 gennaio. Senza un riposizionamento radicale,senza una riflessione autocritica, senza nuovi gruppi dirigenti e senza la costruzione di una piattaforma unificante del mondo del lavoro sulla quale chiamare al conflitto, il mesto rientro nel sistema del Jobs Act è molto più che un rischio. Le responsabilità di questi gruppi dirigenti, a partire dal duo Landini Camusso che ha gestito in totale accordo sia la fase di mobilitazione che la male parata, sono enormi, non possono essere taciute ed anzi vanno denunciate con forza. Tuttavia la partita generale non è chiusa e l’ampia disponibilità alla lotta di consistenti settori di lavoratori, di giovani e precari, dei mesi scorsi, dimostra che esiste e resiste, sotto il quadro di passività sociale, la voglia di difendere e riconquistare nuovi e vecchi diritti, quell’insopprimibile sete di giustizia che è la leva prima di ogni sollevazione. Da questo punto di vista la giornata più significativa dell’autunno è stata certamente quella del 14 novembre 2014, il primo tentativo di sciopero sociale, di unificazione del sindacalismo tradizionale e delle nuove forme di rappresentanza del lavoro precario. Una strada da percorrere nuovamente.
Una proposta per continuare a lottare contro il jobs act
Tutte e tutti coloro che si pongono il tema di come proseguire le lotte contro il Jobs Act ed impedirne l’applicazione si stanno interrogando sul come procedere. C’è un piano dell’iniziativa generale che va ripreso e c’è un piano dell’iniziativa particolare. La battaglia nelle singole aziende o più in generale nella contrattazione di secondo livello è sostenibile ? Si, sebbene non si devono nascondere le difficoltà enormi e le insidie che in questa fase e con il sistema derogatorio in essere possono emergere nella contrattazione aziendale. Tuttavia senza una mobilitazione generale, capace di ordinare, assumere e rafforzare l’iniziativa articolata sarebbe un terreno inutile e persino controproducente in quanto rischierebbe di giocarsi su scambi pesanti sulla condizione dei lavoratori. La via referendaria potrebbe essere efficace ma solo se la stessa è parte di una mobilitazione generale, solo se nel paese si sviluppa quel movimento di lotta che sostanzia socialmente il referendum.
Il nostro seminario
I processi di impoverimento e precarizzazione del lavoro che da almeno 15 anni contrastiamo e che evidentemente non sono affatto conclusi, sono tuttavia al loro epilogo sostanziale. L’obbiettivo di decostruire il modello sociale conquistato con le lotte del movimento operaio nel corso della lunga stagione dei movimenti è in larga misura passato. La cancellazione sostanziale dello Statuto dei diritti dei lavoratori con l’abolizione di ogni tutela dal licenziamento è l’atto formale che segna questo passaggio. Il nuovo regime a cui è subordinato il lavoro salariato è quello della ricattabilità assoluta, del lavoro umano quale variabile dipendente dell’impresa in ogni aspetto della sua condizione . L’accordo del 10 gennaio “Testo unico sulla rappresentanza” e l’art.8 della legge Sacconi rappresentano la strumentazione per l’esercizio concreto dell’iniziativa sindacale di spoliazione di diritti e salario in questo nuovo regime. Il Jobs Act è parte integrante e decisiva del modello definito dal testo unico in quanto il processo di spoliazione, la contrattazione di restituzione sono possibili solo se c’è il regime della piena ricattabilità delle lavoratrici e dei lavoratori e solo se viene sancita contestualmente l’incompatibilità del sindacalismo conflittuale.
In questo quadro il nostro seminario, che ha come tema di fondo della riflessione il conflitto, rappresenta un primo momento per la verifica della progettualità della sua esperienza e per adeguare la sua strumentazione. Deve affrontare il tema della ripresa delle lotte contro il governo Renzi e la sempre più pressante questione sindacale.
Siamo chiamati ad una discussione senza reticenze proprio perché solo affrontando di petto la realtà possiamo immaginare di costruire una linea politica ed una pratica adeguate per attraversare una fase così difficile ed avere un ruolo sulla ricostruzione del conflitto.
Il conflitto, perché senza una ripresa su vasta scala delle lotte sociali, senza una nuova stagione di protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici nulla è possibile. Se non si torna a fare paura al padronato ed al governo l’attacco al lavoro proseguirà senza soluzione di continuità. Non esiste un limite alla compressione di diritti e salario se non quello che solo le lotte possono imporre.
Progettare il conflitto
Affrontare il tema della progettazione del conflitto significa in primo luogo indagare il contesto con cui ci misuriamo e cercare di immaginare quali possano essere le coordinate del conflitto che vogliamo ricostruire e agire. Oggi, a causa della durezza dell’attacco e al nuovo sistema della ricattabilità, c’è il ritorno ai bisogni elementari, unificanti. Orario, Salario, diritti, lavoro, sanità, istruzione, casa. C’è un terreno di rivendicazione e conflitto tutto interno ai luoghi di lavoro ed un terreno esterno ai luoghi di lavoro ma assolutamente complementare dell’iniziativa sindacale classica che si esercita con la contrattazione. Progettare il conflitto significa anche affermare il nostro anticapitalismo, l’attualità della rottura rivoluzionaria contro ogni riduzione del sindacato a mero soggetto di rappresentanza degli interessi generali del paese. Il sindacato che vogliamo è uno dei soggetti della trasformazione sociale, rappresenta gli interessi di una sola parte e ha come obbiettivo strategico, nella definizione delle sue pratiche, l’emancipazione delle classi lavoratrici dalla subordinazione del lavoro salariato.
Fine della contrattazione?
L’insieme della contrattazione sindacale è oggi in profonda crisi ed appare residuale rispetto all’insieme del mondo del lavoro. Diminuisce costantemente il bacino dei lavoratori che godono di due livelli contrattuali e il doppio regime sociale che si è costruito tra giovani e meno giovani appare deflagrante, in questo quadro, per la tenuta stessa dell’iniziativa sindacale.
Il processo di desindacalizzazione prosegue a tappe forzate. Non si contano più sia le imprese medio grandi e i gruppi nazionali che danno disdetta formale di tutta la contrattazione aziendale per ricontrattarla in peggio o per passare ai minimi del CCNL. Cosi come si moltiplicano i casi di accordi aziendali in cui si cede parte del salario dei lavoratori in cambio del mantenimento del posto di lavoro.
Il padronato può contare su una strumentazione che legittima la contrattazione di restituzione e di ricatto. Non vi è alcuna possibilità di risalire ad un dato certo ma gli accordi sindacali sottoscritti sulla base dell’art.8 della legge Sacconi che concede la totale derogabilità alla legge ed ai contratti si stanno moltiplicando.
Anche per queste ragioni occorre affermare con nettezza che siamo davanti alla fine della contrattazione rispetto alla sua funzione originaria a carattere acquisitivo. Resta la contrattazione peggiorativa, aziendale e aziendalista quella cosiddetta di prossimità che si gioca tutta sull’inasprimento dello sfruttamento del lavoro umano.
Le ragioni della fine della contrattazione acquisitiva sono certamente molteplici. Se con il modello del 23 luglio ’93 Cgil-Cisl-Uil avevano ridotto il contratto nazionale a un mero ruolo di recupero dell’inflazione programmata, cioè ad una scala mobile peggiorata, con gli accordi del 28 giugno 2011, del 31 maggio 2013 e del testo unico del 10 gennaio le stesse organizzazioni hanno accettato la piena derogabilità del CCNL sancendo così la fine dello strumento più forte dell’unità di classe dei lavoratori e delle lavoratrici. Non bisogna mai dimenticare inoltre che Marchionne ha, con il suo contratto specifico ( l’accordo della vergogna in Fiat), dimostrato che non vi è nessun obbligo ad applicare i contratti nazionali. Oggi, dopo l’esempio Fiat ( Fca), aumenta il numero delle imprese che escono dai contratti nazionali di categoria e si costruiscono con la compiacenza e complicità sindacale il loro contratto aziendale.
I rinnovi dei contratti nazionali degli ultimi anni sono stati tutti conclusi all’insegna dello scambio a perdere per i lavoratori: aumenti orari e flessibilità e incrementi ridicoli dei salari. Il vero obbiettivo della Confindustria, anch’essa in profonda crisi di risultati per le imprese, è quello di contrattualizzare, recepire cioè tutto il modello del 10 gennaio dentro la parte generale dei contratti in modo da poter esercitare concretamente in ogni settore il sistema della spoliazione e l’esclusione del sindacalismo conflittuale. Al termine di questo processo, cioè a breve, non vi sarà più alcun interesse del padronato a rinnovare i contratti nazionali, cesserà cioè lo spazio dello scambio. Una volta ottenuta la derogabilità la sola contrattazione possibile sarà quella aziendale, segnata e condizionata, come abbiamo detto in precedenza, dal modello del 10 gennaio. Il governo Renzi si sta muovendo per accompagnare il processo di distruzione della contrattazione collettiva attraverso l’adozione di misure a sostegno della decontribuzione di parte crescente del salario, anche senza accordo sindacale.
Sul terreno della contrattazione è necessario fare una riflessione aggiuntiva. Il contratto nazionale è destinato a divenire sempre più residuale, se non si cambia strategia, anche per due processi in atto: la crisi della grande impresa nel sistema sindacale e la riduzione quantitativa di lavoratori e lavoratrici a cui si applica il contratto nazionale. Per tutte queste ragioni il contratto nazionale oggi non rappresenta più il momento del possibile conflitto su larga scala. La pesante crisi economica infine è il principale freno dell’iniziativa sindacale classica. Il contratto nazionale va pertanto riconquistato ( nel medio-lungo periodo) ,perché proprio l’estrema parcellizzazione del mondo del lavoro dipendente lo impone, attraverso una sua ricostruzione molecolare, ordinando e unificando l’iniziativa sindacale contrattuale fuori e oltre il modello del 10 gennaio. Occorrerebbe in primo luogo la disdetta formale da parte Cgil di tutti gli accordi della derogabilità del CCNL e l’unificazione dei contratti attuali. La contrattazione aziendale, anch’essa in profonda crisi, potenzialmente può e deve rappresentare invece uno dei terreni della ricostruzione del conflitto, per diverse ragioni. La più forte è che è vicina al bisogno ed è direttamente gestita dai lavoratori.
Nel 2015 è prevista la verifica del modello contrattuale frutto dell’accordo separato Cisl Uil Confindustria del 2009.
La crisi
Il processo di depauperazione del patrimonio industriale del nostro paese, lungi dall’essersi arrestato ,prosegue a macinare posti di lavoro, professionalità, interi settori produttivi. Il tema della difesa del posto di lavoro e delle fabbriche dalla dismissione è sempre più attuale. Il combinato disposto della crisi, delle ristrutturazioni e della pesante riduzione del sistema degli ammortizzatori sociali annunciano il passaggio a forme di lotta inevitabilmente più radicali, più disperate. La nostra area deve poter attrezzarsi a stare nelle vertenze che si apriranno, a spingere per alzare il livello dello scontro, a proporre e praticare l’occupazione delle fabbriche ed il passaggio all’autogestione delle stesse. Il rischio che le uniche vertenze in questa fase siano quelle a difesa dell’occupazione è molto alto. E’ questo uno dei nostri interventi prioritari . Occorrerebbe una grande vertenza nazionale per ridurre gli orari di lavoro a parità di salario per redistribuire cosi occupazione, cosi come servirebbe il il blocco dei licenziamenti e un nuovo grande piano di intervento pubblico in economia.
Territorio e mutualismo
Il territorio, su cui si scaricano gli effetti delle politiche del governo è oggi ( lo è sempre stato) uno dei luoghi della ricostruzione del conflitto per due ragioni. La prima è che la condizione del lavoro non si misura solo nelle fabbriche e negli uffici. Il diritto alla sanità ed all’istruzione pubblica, alla casa devono divenire parte integrante dell’iniziativa sindacale perché sono parte integrante del salario globale di classe. La seconda è che la crescente esclusione sociale non ha altro luogo per rivendicare i propri bisogni. Il territorio è anche l’ambiente, la salute,la sicurezza. Ritorna il tema del mutualismo necessario non come risposta di sostituzione alla progressiva scomparsa dello stato sociale quanto piuttosto come tentativo di ricostruire coscienza di classe, riannodare i fili della solidarietà che diviene appartenenza. Un terreno di possibile iniziativa per la nostra esperienza.
Rilanciare la nostra iniziativa in Cgil
Quando abbiamo deciso il documento alternativo al 17° congresso lo abbiamo fatto con la consapevolezza che la Cgil non sarebbe mai cambiata per opera dei suoi gruppi dirigenti. Il giudizio sull’irriformabilità della Cgil è per molti compagni e per molte compagne un assunto da diverso tempo. Abbiamo attraversato il congresso puntando al rapporto diretto con le lavoratrici e i lavoratori,con le rsu, alle dinamiche di conflitto che la critica della concertazione e delle responsabilità sindacali potevano indurre. La Cgil si è mostrata un corpo chiuso, impermeabile al pluralismo ed al confronto, incapace di produrre una qualsiasi analisi ed un bilancio sulle scelte di questi anni. Nel punto più alto dello scontro con il governo Renzi, su cui abbiamo puntato tutta la nostra iniziativa, si era prodotta una tensione tale,sebbene molto di vertice, che pareva poter sfociare in una vera e propria rottura del collateralismo tradizionale tra Pd e Cgil. La fine della fase di conflitto ed il plauso unanime del palazzo della politica e del sindacato all’elezione di Mattarella a presidente della Repubblica ha invece rapidamente fatto svanire quella tensione. L’attuale passività lavora alacremente a ricucire un nuovo rapporto tra Pd e Cgil fondato sull’accettazione del mutato contesto. La Cgil appare confusa, stordita incapace di affrontare il tema del bilancio della propria iniziativa e conseguentemente di definire un nuovo profilo strategico e programmatico, pratiche coerenti. Il bivio, molto spesso evocato nelle nostre discussioni, che la Cgil ha dovuto affrontare si è risolto da tempo nell’adesione, non dichiarata,non discussa ma praticata, al modello neocorporativo. Il testo unico del 10 gennaio 2014 scaturisce da almeno un decennio di una pratica che ha accolto tutte le manomissioni al valore ed alle funzioni del contratto nazionale ed all’impianto stesso della contrattazione. Il tema della ricostruzione di una pratica contrattuale fuori e contro il jobs act e il modello del 10 gennaio è per noi terreno di iniziativa concreta nei luoghi di lavoro e di battaglia politica generale.
Il baricentro della nostra iniziativa deve tuttavia continuare ad essere spostato sul terreno sociale, sulla costruzione di vertenze dentro e fuori i luoghi di lavoro, al rapporto con i delegati e le delegate più che nella asfittica battaglia, che pure va mantenuta, dentro organismi sempre meno rappresentativi e attraversabili.
Ricostruire il conflitto
Quando parliamo di ricostruzione del conflitto ci riferiamo a quali strumenti mettere in campo per dare concretamente gambe ad un ipotesi vertenziale. Sono diverse e importanti le domande a cui dovremmo rispondere.
E’ ancora sostenibile la divisione dell’iniziativa sindacale categoria per categoria? E più in generale ha ancora senso la specificità categoriale? Quale ruolo per la rappresentanza dei lavoratori e quale rappresentanza?
Se la specificità categoriale è stata il tratto saliente nel processo di costruzione della forza sindacale, del suo insediamento, della sua rappresentanza ed è stata certo un elemento di straordinario valore oggi ha in gran parte visto venir meno il carattere originario. La risposta di Cgil Cisl Uil alla perdita di forza e risorse delle categorie è stata quella di aggregare le stesse senza nessun accorpamento di contratti, senza nessun processo di ricostruzione di forza sindacale dei lavoratori. Proprio il ritorno, obtorto collo, alla primazia dei bisogni elementari, dovrebbe indurre a costruire vertenze di tutte le categorie per rivendicare aumenti salariali, riduzioni di orario,stabilizzazione precari, ecc
L’estrema debolezza dell’iniziativa sindacale e la frammentazione del corpo sociale devono in sostanza spingere a riunificare le divisioni per rafforzare l’insieme.
Un bilancio della stagione della possibile ricomposizione sociale è necessario. Il cartello del sindacalismo conflittuale non ha retto alla prova dell’autunno ed alla ripresa dell’iniziativa della Cgil. Sono riemersi ed esplosi settarismi e spinte all’autoreferenzialità, ma anche aperture importanti al rapporto con i movimenti sociali. Da parte nostra riteniamo utile rilanciare un appello all’unità d’azione di tutte le forze sociali antagoniste per la ripresa delle lotte. Il rapporto con i movimenti sociali e con le innumerevoli vertenze che si producono sulle questioni ambientali sono un altro dei temi che riteniamo necessario affrontare nel seminario.
Infine rispetto alla necessità di ri-costruire soggettività, appartenenza e luoghi di elaborazione andrebbe aperta una discussione sul mutualismo sociale.
Autorganizzazione delle lotte
Dobbiamo con forza riproporre la centralità del ruolo della rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro sul terreno della gestione diretta delle vertenze, delle forme di autorganizzazione del conflitto, della stessa indispensabile autonomia dalle direttive sindacali. Ricostruire la capacità di intervento dei compagni e delle compagne nelle vertenze aziendali è un punto decisivo della ricostruzione di un nuovo potere.
Agire, praticare il conflitto
Si pone il tema delle pratiche , di come materialmente partecipiamo, costruiamo e siamo tra i protagonisti alle lotte dentro e fuori i luoghi di lavoro in rapporto con i lavoratori e le lavoratrici e le diverse istanze e soggettività presenti nelle vertenze territoriali. La coerenza tra la rivendicazione di radicalità alla Cgil e le nostre pratiche quotidiane deve essere il tratto distintivo che caratterizza la nostra militanza. L’area il sindacato è un’altra cosa o diventa uno strumento per la costruzione del conflitto o è destinato a restare un punto di vista dentro un’organizzazione in profonda crisi.
Il sindacato è un’altra cosa
Uno dei gruppi di lavoro della giornata di venerdì sarà dedicato alla discussione intorno e su di noi. In primo luogo dovremmo verificare le modalità del nostro agire collettivo, sia dal punto di vista politico che organizzativo. In particolare potremmo fare una prima verifica, un bilancio degli strumenti che ci siamo dati dal congresso ad oggi ( comunicazione ma anche organismi e responsabilità). Cosi come si dovrà inoltre affrontare il tema di se e come riusciamo a produrre iniziativa nei territori e nei luoghi di lavoro.

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