Intervento di A.Furlan

Pubblichiamo nota inviataci da Andrea Furlan.
Sono costretto ad inviare per iscritto il mio intervento che avrei voluto fare all’assemblea nazionale dell’opposizione CGIL, che si è svolta in CGIL nazionale presso la sala Di Vittorio il 24/02/2015, a causa del fatto che, come già in passato più volte è accaduto, la presidenza, formata dai compagni Carelli, Bellavita, Burattini, Como, ha continuato a gestire gli interventi in maniera arbitraria e senza sentire nemmeno l’esigenza di condividere i cambiamenti adottati, in corso d’opera e in modo discutibile, con la platea.
Per questo motivo, e, dopo aver avuto uno scambio di idee con la presidenza che ha addotto scuse puerili per giustificare il suo operato, ho deciso per protesta si abbandonare la sala e di rinunciare al mio intervento che era stato arbitrariamente spostato dalla terza posizione alla quindicesima.
Tale atteggiamento – nei confronti di chi come il sottoscritto esprime da anni posizioni politiche critiche dentro le aree programmatiche – avviene ormai in modo pedissequo da parte del gruppo dirigente che – per sua stessa ammissione, si candida a sostituire il gruppo dirigente della maggioranza e, sul fronte della democrazia interna, ha impostato gran parte della battaglia congressuale richiamando il gruppo dirigente della CGIL al rispetto della democrazia.
A quanto pare però – questa sacrosanta battaglia – la si conduce senza rendersi conto che la credibilità politica di chi contesta l’operato della maggioranza sul piano della democrazia, passa attraverso atti concreti e non soltanto per enunciazioni di principio.
Per essere credibili bisogna essere migliori di chi contestiamo, se invece si adottano verso il dissenso le stesse pratiche che vengono adottate da chi contestiamo, l’opposizione in CGIL sarà votata inevitabilmente verso la sconfitta.

Sul fronte politico invece, alcuni interventi, tra cui quello del compagno Stratoti, hanno evidenziato la scarsa propensione da parte del gruppo dirigente nel prendere coscienza dei propri limiti sia sul piano organizzativo e sia sul piano della battaglia politica, Stratoti in particolare, ha chiesto maggiore autocritica nei confronti degli errori compiuti in passato affinché non si continui a riproporli.
Convergendo con quanto sostenuto dal compagno Stratoti, aggiungo che la composizione della presidenza ci dice per esempio che si vuole mantenere saldo uno schema burocratico che vede anche sul piano formale, la centralità dei funzionari nella composizione del gruppo dirigente.
E’ apparso evidente l’assenza di delegati dalla presidenza, cosa assai strana per un’area programmatica che durante il congresso ha sempre posto l’esigenza della centralità del ruolo dei delegati, a partire da quelli  più rappresentativi.
L’organizzazione dell’area programmatica è stata costituita riproponendo uno schema burocratico fatto di  strutture direttive come l’esecutivo nazionale e il coordinamento nazionale, una struttura decisamente verticistica molto più vicina al modello organizzativo della CGIL, che invece ad altre forme decisamente più democratiche e più inclusive.
Su questo versante, la contraddizione è assai palese da parte di chi teorizza nei documenti congressuali la necessità di aprirsi all’esterno, costruendo alleanza con soggetti di movimento che per cultura sono lontani da forme organizzative burocratiche, e le scelte fatte che riproducono invece una struttura verticistica centralizzata, lontana ormai anni luce non solo da quella parte di soggetti sociali esterni al sindacato, ma anche dagli stessi delegati e lavoratori che non si identificano più con tali organismi .
A mio modesto avviso, sarebbe stato meglio tradurre i dettami congressuali istituendo una struttura dirigente fondata veramente sulla centralità e il protagonismo dei delegati, una struttura basata su un modello orizzontale; dove le differenze tra funzionari e delegati si annullano, dove la centralità del confronto dialettico sulle scelte politiche da adottare siano oggetto di una pratica realmente democratica e alternativa rispetto alle modalità adottate dalla confederazione.
Riprodurre il passato, percorrendo le stesse strade fallimentari compiute dalle vecchie aree programmatiche, non ci aiuterà a comprendere il futuro; non ci aiuterà a mettere insieme le diverse soggettività del mondo del lavoro che sono sempre più diverse tra di loro a causa della massiccia precarietà.
Sul piano politico, la relazione di Bellavita si è incentrata sull’analisi della sconfitta storica del movimento sindacale italiano e sulle responsabilità del gruppo dirigente della CGIL che ha decisamente contribuito attivamente a determinare la sconfitta.
Su questa parte dell’analisi di Bellavita, mi sento di condividere pienamente il giudizio politico espresso, come reputo assolutamente importante, il passaggio politico sulla critica formulata in merito ai costi dell’organizzazione che, per esempio una parte dei compagni di Roma, da tempo stanno ponendo all’attenzione dell’organizzazione.
Mentre sul piano della proposta avanzata dissento totalmente su quanto proposto dalla relazione.
La crisi della CGIL, ci impone come area di opposizione,  di formulare una proposta decisamente alternativa a quella fatta propria dal gruppo dirigente capitanato da Susanna Camusso in merito al pacchetto di referendum da mettere in campo per contrastare il Jobs Act.
Il referendum sarebbe una iattura per diversi motivi:
1) Perché sposta il problema dal campo sindacale (lotte, manifestazioni, vertenze), al campo indeterminato del referendum dove – su quesiti che riguardano il mondo del lavoro – si potranno  esprimere anche settori che non appartengono al mondo del lavoro: i padroni e i nemici dei lavoratori.
2) Con questa proposta, il gruppo dirigente dell’opposizione in CGIL, dimostra, al pari della maggioranza, di non avere la memoria storica poiché i quesiti che abbiamo prodotto, e sui quali la società italiana si è espressa, sono stati due: la scala mobile e l’estensione dell’art.18 alle aziende con meno di 15 dipendenti.
Entrambi sono stati perduti, con diversi esiti, però entrambi sconfitti, e, le sconfitte subite, hanno sempre determinato un quadro di legittimazione popolare alle politiche reazionarie dei governi borghesi e del padronato italiano.
3) Anche se poi dovessimo vincere il referendum, siamo così sicuri che il parlamento legiferi l’abrogazione del Jobs Act?
Purtroppo di precedenti ce ne sono molti che non ci fanno dormire sonni tranquilli, la questione del finanziamento pubblico dei partiti, completamente eluso e sostituito da un sistema ancora più truffaldino di quello abolito; il referendum sull’acqua pubblica che, malgrado sia stato vinto non ha determinato nessun cambiamento politico nella gestione privatistica degli acquedotti pubblici.
Fondamentalmente, questa proposta, lanciata con l’obbiettivo di lottare contro la precarietà, sottende un obbiettivo non dichiarato apertamente ma facilmente individuabile.
Il gruppo dirigente della CGIL, lancia la possibilità di indire il referendum – facendolo almeno sul piano formale decidere ai lavoratori con la consultazione degli iscritti se indirlo o meno – solo ed esclusivamente per rilanciare sul piano mediatico l’immagine di un gruppo dirigente che si oppone, cosa che farebbe molto comodo per esempio a Landini, il quale sta ormai preparando il terreno per la sua discesa in campo come candidato della sinistra unita contro Renzi.
Quale migliore vetrina di un pacchetto di referendum che lo proietterebbe dalla mattina alla sera in tv a fare propaganda referendaria e accreditarsi come salvatore dei diritti dei lavoratori?
In più si renderebbero occupati quei lavoratori che oggi invece chiedono a gran voce di lottare contro il Jobs Act, distogliendoli dalla lotta per convincerli, in modo illusorio, che con il referendum si otterrebbero risultati migliori.
Io penso che l’opposizione in CGIL debba invece farsi carico di elaborare una proposta politica che vada in senso opposto di quella proposta dalla maggioranza della CGIL, chiarendo in modo inequivocabile e, una volta per tutte, che la battaglia contro le politiche del governo le facciamo con la lotta di massa e l’antiparlamento delle lotte sociali.
Dobbiamo denunciare il carattere propagandistico ai fini elettorali del referendum; che esso è dannoso per i lavoratori, e quindi per questo non si deve fare, dobbiamo spingerci anche a definire nemici delle ragioni sociali dei lavoratori chi continua su questo terreno a proporre referendum suicidi.
Successivamente, visto che ci sarà molto probabilmente una consultazione dei lavoratori, dobbiamo chiedere che sia democratica e fare propaganda per il no al referendum proponendo di contro di organizzare una stagione di lotte sociali contro il Jobs Act.
Se la CGIL non ci seguirà sul terreno della lotta, dobbiamo operare la scelta dell’uscire allo scoperto rivendicando la costruzione di un fronte di lotte sociali e una proposta unificante del mondo del lavoro basata su pochi ma significanti punti rivendicativi, attorno ai quali costruire la massima unità con il sindacalismo di base e tutte le realtà di movimento che ci sono nella società, un movimento anticapitalistico di resistenza attiva contro le politiche del governo del capitale.
In un contesto politico in sommovimento, che vede le forze antagoniste sparse (e quasi inesistenti), occorre avviare processi politici unitari, non un movimento omogeneo ideologicamente, ma in cui le differenze siano oggetto di discussione e approfondimento teorico continuo, tra forze politiche e sociali diverse tra loro ma unite su un minimo comun denominatore oggi possibile: lotta alla precarietà e contro il governo della borghesia e, allo stesso tempo, contro ogni forma di burocratismo concertativo sia partitico e sia sindacale.

RSA Filcams – CGIL
Andrea Furlan.