Ferie forzate alla messa di Renzi

di Sergio Bellavita

Non accade spesso che i lavoratori di un’azienda di rilevanti dimensioni vengano collocati obtorto collo in ferie forzate. Tanto più quando la ragione è la celebrazione di una liturgia tutta ad uso mediatico dell’imbonitore numero uno del paese, l’ attuale presidente del consiglio.
Non dubitiamo che Matteo Renzi sia diventato con la sua azione di governo la realizzazione terrena del sogno padronale. Deve essere questa la ragione che spinge padron Palazzoli a spegnere l’azienda per un giorno, con buona pace di tutte le litanie sulla produttività, per consentire la passeggiata di Renzi tra gli impianti dell’azienda Bresciana con tanto di sermone conclusivo ai ricchi industrialotti accorsi da ogni dove per il lieto evento. Ovviamente ai lavoratori, come nella rappresentazione Fantozziana, la giornata verrà conteggiata al pari di ferie già godute. Non deve essere sembrato vero  alla platea raccolta nello stabilimento Palazzoli ascoltare tanta retorica antisindacale da parte di un presidente del consiglio. Il sindacato userebbe strumentalmente il dolore per dividere il paese. Non già la legittima rappresentanza di bisogni sociali che, alimentati dal dolore causato dalle politiche del suo governo, pretendono risposte quanto piuttosto una congiura di burocrati contro il nuovo verso.  La vecchia cara tesi del complotto ordito dal palazzo torna a soccorso di un Renzi sempre meno ammaliatore e sempre più accerchiato. Fuori dai cancelli della Palazzoli la giusta contestazione del sindacalismo conflittuale, della Fiom, di movimenti e realtà sociali. Il presidente del consiglio  ha il volto tirato, appare sempre meno sorridente nelle sue apparizioni pubbliche. Il suo tour aziendale, giusto a dimostrare da che parte si colloca il governo,  è sempre più avaro di selfie e ricco di reparti antisommossa, manganelli, contestazioni. Il monolite Renziano mostra le prime significative crepe. La politica degli annunci stenta a coprire l’aggravarsi della situazione economica e sociale. L’aver snobbato in piena estate i rischi di un autunno caldo non gli ha portato bene. I gufi ce la possono fare.

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