Roulette Fincantieri

Articolo di Sasha Colautti

La reazione sindacale alla recente quotazione in borsa di Fincantieri è forse il segnale più doloroso di una storia che parte da lontano, e che dimostra in modo sempre più marcato la volontà di prostrarsi agli interessi di una competitività che non si pone più limiti e che impone ai lavoratori l’assunzione del rischio di impresa.

Si, perchè il passaggio che stiamo vivendo (e che in Fincantieri ha dimostrato tutta la sua emblematicità)  è che il sindacato concertativo ha anch’esso cambiato passo: non essere complice, ma rendere complici i lavoratori addossandogli indirettamente quelle responsabilità che attengono esclusivamente alle prerogative d’impresa, e che su di loro vengono scaricate proprio attraverso  scelte contrattuali precise, da pratiche e dallo smarrimento sempre più evidente di quegli strumenti di gestione collettiva delle vertenze sul modello dell’organizzazione aziendale del lavoro.

Nel 2007, al culmine della vertenza sul primo tentativo di privatizzazione di Fincantieri, esistevano ancora questi strumenti, queste capacità e probabilmente c’era ancora l’idea che ci si potesse contrapporre ad un’azienda ed ad un Governo, ad esempio, denunciando chiaramente che l’operazione di quotazione in borsa (allora tentata dal Governo Prodi) voleva dire inanzitutto distruggere Fincantieri e gettare l’ennesima azienda pubblica nella voragine già percorsa malamente da Finmeccanica ed in caduta libera sia da Telecom che da Alitalia. E questo sostenendo una battaglia fondata sul merito complicatissima, davanti ad una controparte che poteva brandire un mercato che dal 2000 al 2007 (soprattutto sulla croceristica e sul militare estero) era in una fase di crescita costante, con un mercato ai suoi massimi e con bilanci ottimi. In questo contesto, la Fiom praticamente da sola, era riuscita ad arginare il tentativo di Fincantieri -un’azienda priva delle caratteristiche alte di redditività industriale- di giocarsi letteralmente il proprio futuro in borsa e più precisamente in quel contesto che già nel 2008 faceva intravedere l’inarrestabile arrivo della crisi finanziaria globale che ovviamente avrebbe colpito successivamente ma inevitabilmente anche Fincantieri.

E forse è proprio quì è il punto da cui deve partire la nostra analisi. Perchè appare evidente intanto che in questo momento per aziende come Fincantieri l’unico mezzo per garantirsi una presenza stabile sul mercato azionario è quello dell’aumento della produttività e della flessibilità, che per quanto ne sappiamo, viene raggiunta solo ed esclusivamente col peggioramento delle condizioni di lavoro e sulla diminuizione sistematica delle maestranze. E da questo punto di vista Fincantieri non è rimasta ferma ingegnandosi in soluzioni che hanno impegnato – per così dire – le organizzazioni sindacali in discussioni in cui ci si doveva impegnare a far coesistere, con specifici accordi aziendali, i tagli al personale, il ricorso agli ammortizzatori sociali assieme all’aumento delle flessibilità, dello straordinario con la diminuizione di istituti come i PAR (permessi annui retribuiti). Accordi questi che come si diceva in premessa contenendo frasi come “Le parti si danno atto che quanto convenuto rientra nelle previsioni dell’accordo interconfederale del 28.06.2011” vengono giustificati dal voto oserei dire “postumo” e dimesso di lavoratori sempre più sfiduciati e resi impotenti. Condizione primaria questa, per giustificare l’inadeguatezza dell’azione sindacale davanti alla vecchia ma sempre verde tattica della divisione operata fra i cantieri e per l’essersi lasciata sfuggire di conseguenza (come nel caso della pregevole vertenza del cantiere di Marghera sul NO all’orario 6×6) il controllo della lotta stessa sui territori.

Nel periodo 2009 – 2013 infatti, Fincantieri è stata molto abile nel cogliere in modo deciso e forse anche più furbo rispetto a Marchionne una strategia di smembramento della contrattazione di secondo livello del gruppo nazionale. Quello che per l’amministratore delegato Bono doveva essere un integrativo aziendale precursore addirittura di quello Fiat si è trasformato in un attacco brutale cantiere per cantiere in cui, pesanti tagli al personale, condizioni di lavoro peggiori, subalternità totale delle rappresentanze sindacali aziendali nell’accettazione di derogabilità totale dei contratti avrebbero dovuto garantire all’azienda la pista di atterraggio sgombera verso la tanto agognata privatizzazione.

Ed eccoci quì quindi, privatizzazione.

Il Governo Renzi non si è perso certo l’occasione per portare a compimento il progetto della collocazione in borsa di Fincantieri. Come nel 2007 i concetti chiave e base sono gli stessi, ma con il tocco da televendita Renziana: una spruzzata di prestigio internazionale italiano, il casareccio “yes we can” accompagnato dal fattore 4F (Food, Fashion, Ferrari e Fincantieri) inventato per l’occasione, una bella pubblicità “per rincoglionire la gente” ed una kermesse-kolossal davanti alla Borsa di Milano.

E mentre le Confederazioni sindacali quasi si spellano le mani a forza di applaudire, la “tragedia” si compiva nello sportello della banca sotto casa, dove l’impiegato si affrettava a consigliare le azioni Fincantieri “che sarebbero andate sicuramente a ruba…”

Dei 600 previsti, l’incasso per lo Stato dallo sbarco in Borsa del gruppo della cantieristica scende a 350 milioni. Nemmeno il tentativo di salvataggio in corner mediatico di Renzi con il suo elogio al “patriottismo dei piccoli risparmiatori” serve a nascondere quello chè è un evidente Flop: i grandi investitori istituzionali (banche e fondi internazionali) non si sono visti e più di 310 milioni di azioni sono finiti in quello che poco rispettosamente hanno chiamato “parco buoi” ed in tutto questo l’a.d. Bono si è giustificato in maniera assolutamente ridicola, affermando che questo tipo di investitori hanno poco compreso la complessità del business e le caratteristiche di un’azienda come Fincantieri (mentre i piccoli investitori evidentemente masticano piani industriali dalla mattina alla sera).

La verità, quella più evidente è che nel 2007 come oggi le ragioni per cui un’azienda come Fincantieri non doveva essere quotata in borsa sono esattamente le stesse, come similitudini possono essere ricercate anche nelle condizioni di redditività che non sono per nulla dissimili.

La quotazione in borsa è stata presentata come un’operazione con caratteristiche industriali, ma queste “caratteristiche industriali” (investimenti sui cantieri, sviluppo della capacità progettuale su nuovi prodotti) sono legate inevitabilmente al risultato di vendita delle quote di aumento del capitale ed in Italia un fallimento di una quotazione al 49%, quella di Alitalia, sappiamo tutti quali risultati ha prodotto.

La dimezzata capacità finanziaria “aggiuntiva” raggiunta in questa debacle finaziaro-politica potrebbe ben presto rivelarsi un pesante boomerang soprattutto per chi (come il sindacato tutto, senza esclusi) ha sotto sotto incrociato le dita sperando che l’operazione vada a buon fine; che gli investimenti dichiarati da Bono (senza aver un briciolo di piano industriale) in qualche modo arrivino e che tutti i cantieri da quì alla fine del 2015 entrino in piena saturazione dei carichi di lavoro. Sarebbe stato ad esempio per la Fiom, un buon modo per sanare i suoi problemi di ricomposizione interna, in particolare tra le rappresentanze dei singoli cantieri e forse questo è stato uno dei primi motivi perchè su questa operazione non vi è stata alcuna volontà reale di aprire una vertenza come quella prodotta 7 anni fa.

Oramai è praticamente certo che la cassa integrazione straordinaria in atto nei vari cantieri proseguirà anche per tutto il 2015 e che ci sarà un’ulteriore diminuizione del personale attraverso l’uscita in mobilità per chi ha la possibilità di traguardare la pensione. Sono più di 800 i posti di lavoro persi da Fincantieri dal 2010 e mentre si continuano a sottoscrivere (come di recente a Trieste) accordi di “perseguimento di maggiori livelli di competitività” manca totalmente un piano per l’utilizzo delle risorse interne e va completamente ridiscussa l’applicazione degli ammortizzatori sociali finanziati dallo stato che rendono ancora più “infami” e contraddittorie queste operazioni di riorganizzazione in peggio delle condizioni del lavoro e degli orari con l’aggravante della condizione che si è determinata sugli appalti, con le gare al ribasso ed il caporalato imperante.

Come si diceva all’inizio, dal punto di vista sindacale è mancato tutto. “Dire Fincantieri significa dire cantieristica italiana” e parlare di questo significa rimettere al centro una questione con cui la Fiom ha riempito documenti e talk show: la politica industriale del paese e la salvaguardia di quello che rimane del nostro patrimonio industriale. Per l’ennesima volta ci si para davanti l’enorme sfida per dare battaglia alle politiche liberiste più assurde governate da striscianti e onnipresenti regole della finanza.  La risposta data dal mondo sindacale (e anche politico se si pensa al ruolo chiave giocato dalle istituzioni locali nel 2007) fin quì è tanto più incomprensibile quanto più si pensa all’importanza strategica di un’industria come questa. L’idea di una nuova politica industriale passa inanzitutto di quì, attraverso la ricostruzione di un percorso di reidentificazione del ruolo che ha e che deve avere il sindacato davanti a chi getta le sorti non di un’azienda, ma di un paese nella roulette truccata della finanza. In cui si vince solo quando sta bene al banco.

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