Le destituzioni di Renzi
Articolo di Sergio Bellavita
Due senatori della Repubblica, colpevoli di aver espresso opinioni non in linea sulla riforma in discussione, sono stati destituiti dalla Commissione Affari Costituzionali. Si intende così affermare l’indiscutibile potere del capo, del comandante facendo carta straccia della Costituzione che garantisce, o dovrebbe farlo, il libero mandato di un parlamentare rispetto alla disciplina di partito. In questo caso Renzi agita il 40%, il suo risultato personale non quello del partito, per tentare di costruire il teorema per cui chi contrasta lui è contro il paese. Ciò dimostra il carattere autoritario di questo petulante ex boy scout preso in prestito dai grandi interessi per modernizzare il paese, ovvero restaurare il potere assoluto dell’impresa, travolgendo ogni liturgia di palazzo, mediazione, rappresentanza di interessi che non siano quelli discreti di Confindustria, della UE, della finanza, dei potentati economici. Cosi il malcapitato Corradino Mineo, a cui va la nostra solidarietà, è divenuto ,obtorto collo, l’emblema del presunto conservatorismo di sinistra, di quella gerontocrazia, di quelle elite intellettuali che impedirebbero il libero e grandioso dispiegarsi della rivoluzione Renziana. In realtà, come è noto, Corradino Mineo non è certo annoverabile tra gli estremisti di sinistra, ma ciò non conta. Il punto è che è responsabile di aver rallentato la macchina degli slogan che Renzi non può permettersi di fermare. Quella che gli consente di nascondere la caduta libera in cui sta precipitando il paese. Non c’è un indicatore economico e sociale che descriva un’inversione di tendenza. Il numero degli occupati cala, crolla il reddito da lavoro e pensioni e prosegue la distruzione del patrimonio industriale e produttivo. Gli strateghi della Ue hanno pensato bene di includere i profitti delle attività criminose nel calcolo del Pil,ovvero il massimo risultato dell’austerità espansiva!!! Eppure tutto è ammorbato da una strategia di distrazione di massa, la macchina degli slogan appunto, che vive di hastag e paroloni roboanti su social network e agenzie di stampa. La svolta autoritaria, perchè di questo stiamo parlando, può contare su un consenso popolare non indifferente. E’ il frutto amaro della disintegrazione della rappresentanza politica e sociale del lavoro, della sua totale irrilevanza sulla condizione degli uomini e delle donne che dovrebbe rappresentare. Come spiegare il valore della Costituzione repubblicana, della democrazia, dei partiti, dell’equilibrio dei poteri, del ruolo del sindacato se questo sistema garantisce impoverimento ed ingiustizia sociale? La questione di fondo sulla cosiddetta crisi di rappresentanza sta esattamente qui. Renzi si appresta a sferrare colpi durissimi al sindacato, potrà contare su milioni di lavoratori e lavoratrici a cui non è più chiaro il senso e il valore dell’esistenza del sindacato stesso. Cgil Cisl e Uil hanno lanciato pochi giorni addietro una sorta di promemoria ( il termine piattaforma oltre che essere considerato vetusto rimanda ad rapporto democratico con i lavoratori che non si vuole) per la ripresa del confronto con il governo su fisco e previdenza. Le richieste o i suggerimenti che il sindacalismo confederale avanza, per usare il linguaggio più prudente di Bonanni, nel merito sono solo un’attenuazione della legge Fornero che ha cancellato le pensioni d’anzianità e la riduzione del carico fiscale sul lavoro dipendente ( giusto per chiedere qualcosa che Renzi ha già fatto, anche se a saldo negativo) senza tuttavia rivendicare la tassazione delle ricchezze, una patrimoniale efficace. Come sempre da finanziare con il recupero dell’evasione fiscale, il prezzemolo di ogni minestra usato da almeno trentanni per condire la progressiva liquidazione dello stato sociale. Insomma una serie di indicazioni al governo che non raccoglieranno certo un consenso di massa, visto tra le altre cose che, come i Blues Brothers, anche Cgil Cisl e Uil, essendo in missione per conto di Dio, non chiederanno il mandato ai lavoratori ed alle lavoratrici. Nella sostanza l’operazione dei vertici confederali è la ricerca di un senso e di un ruolo per le proprie organizzazioni, sopratutto in rapporto ad un governo che non pare particolarmente sensibile, per usare un eufemismo, a questo bisogno di legittimazione pubblica. Nel commercio e nell’edilizia rischiano di passare contratti vergognosi che tagliano le retribuzioni e aumentano gli orari di lavoro. In Alitalia i petroldollari sono la nuova giustificazione a licenziamenti di massa nel silenzio generale del sindacato, mentre Fincantieri, Poste e Enav vengono, senza opposizione alcuna, svendute ad un mercato che le farà a pezzi in pochi anni. Non basteranno gli spot di regime intrisi di orgoglio nazionaloperaio, giusto per far crescere il valore delle azioni, a nascondere la vergognosa svendita di ciò che resta del patrimonio pubblico della ex quinta potenza industriale al mondo. La stessa Finmeccanica “apprezzerà” a breve le particolari cure del nuovo amministratore delegato Mauro Moretti. In questo quadro il ministro Poletti, da uomo sensibile al bisogno altrui come possono testimoniare i facchini della logistica, ha dichiarato che gli esodati potranno anche andare prima in pensione ma con un “ritocco” sul rendimento di pensione di circa il 30% in meno. Ieri è stato presentata ufficialmente la riforma della Pubblica amministrazione Non ci sono i prepensionamenti, è confermata la mobilità obbligatoria ma nel raggio di “soli” 50 km ed ovviamente restano al palo i salari visto che non c’è alcun rinnovo del contratto nazionale bloccato da anni. Si taglierà la spesa della Pa di un altro 1% intensificando così la progressiva dismissione del pubblico dai servizi sociali. I lavoratori in esubero a cui mancano 5 anni per andare in pensione e che non volessero essere trasferiti saranno costretti “volontariamente” ad accettare un part-time con conseguente decurtazione della retribuzione. Ma la stessa dura sorte sembrerebbe non sembra colpire i dirigenti, i manager o presunti tali della pubblica amministrazione che potranno essere assunti senza alcun concorso pubblico vengono incrementati sino al 30% del totale. Un regalo al notabilato locale ed a partiti smaniosi di costruire consenso con il vecchio caro clientelismo. Inoltre si mettono pesantemente le mani nei permessi sindacali, di cui godono tutte le organizzazioni, che verranno tagliati del 50%. Renzi ci ha preso gusto, dopo Corradino Mineo si appresta a destituire anche i sindacati tagliando uno dei rami su cui poggia la struttura sindacale. Forse proprio a partire da quella Cgil che ancora può rappresentare un problema al suo impeto rottomatore. Sarebbe utile che il gruppo dirigente della stessa riuscisse a capire che nessuno scenderà in piazza a difenderla se non si ridà senso e valore alla sua esistenza. Il prossimo 28 giugno a Roma ci sarà il primo appuntamento di mobilitazione del controsemestre popolare durante la presidenza italiana della UE, e l’11 luglio a Torino contesteremo il vertice dei primi ministri Ue sull’occupazione giovanile. Bisogna riprendere la strada del conflitto sociale contro le politiche d’austerità. Non riuscirà per molto Renzi a nascondere sotto il tappettino lo sporco, noi lavoriamo a quel nuovo ciclo di lotte senza il quale nulla potrà cambiare.
Sergio Bellavita
portavoce “Il sindacato è un’altra cosa-Opposizione Cgil”
L’ha ribloggato su Appunti Scomodi.