Articolo di Nando Simeone

FERMIAMO LE PRIVATIZZAZIONI RILANCIAMO LA LOTTA IN DIFESA DEI BENI COMUNI


di Nando Simeone – Sindacato è un’altra cosa
Ottobre 2014
Una nuova ondata di privatizzazioni sta per
investire le migliaia di aziende pubbliche locali e
alcuni degli ultimi “gioielli di Stato” quali ENI,
Enel, Poste e Fincantieri.
In questo articolo cercheremo di approfondire il
processo di privatizzazione delle aziende
pubbliche locali e in particolare il piano del
Commissario Cottarelli sulla spending review
delle società partecipate dagli enti locali. Un
piano “lacrime e sangue” di sfoltimento delle
circa 8 mila aziende partecipate per passare poi
a mille aziende. E’ facile immaginare come tutto
ciò avverrà: privatizzazioni, dismissioni,
accorpamenti che coinvolgeranno i circa 500
mila lavoratori impiegati e ovviamente milioni di
cittadini che ancora una volta si vedranno
peggiorare i propri servizi, magari con tariffe più
alte, mentre le condizioni dei lavoratori
subiranno ulteriori peggioramenti sul terreno
dell’occupazione, del salario e dei diritti.
Un po’ di ricostruzione storica serve a
inquadrare il processo in un quadro più ampio.
L’ondata di privatizzazioni dei beni comuni
registrata negli ultimi vent’anni ha origine
principalmente dalla crisi economica che ha
investito l’economia capitalista durante gli anni
Settanta, crisi strutturale che venne affrontata
dai più importanti paesi attraverso l’utilizzo di
diversi strumenti, come ad esempio l’aumento
degli investimenti nella sfera finanziaria
dell’economia, l’attacco ai salari dei lavoratori
tramite l’inizio della deregolamentazione del
mercato del lavoro e la ricerca di nuove “fonti di
profittabilità” in settori che fino ad allora erano
rimasti esclusi dal dominio del capitale privato.
Quest’ultimo punto è stato determinante per
l’avvio dei processi di privatizzazione. In una
fase di scarsa realizzazione dei profitti,
l’estensione dei settori da cui poter trarne di
nuovi e in cui poter investire una parte del
capitale altrimenti inutilizzato fu una delle ragioni
dell’avvio dei processi di privatizzazione nel
nostro continente. Nei paesi a capitalismo
avanzato molte imprese cominciarono a fare
notevoli pressioni sui governi per dare il via allo
smantellamento del sistema di welfare state, di
cui i beni comuni come acqua, sanità e aziende
pubbliche locali facevano parte.
L’avvio dei processi di privatizzazione dunque si
può inquadrare all’interno dello sviluppo della
fase neoliberista del capitalismo e, di
conseguenza, come un fenomeno legato alla
globalizzazione. Il progressivo sviluppo della
globalizzazione capitalista ha infatti portato
anche a un progressivo aumento delle
privatizzazioni di beni e servizi pubblici.
Le teorie neoliberiste trovarono una prima
applicazione in Cile, dopo il colpo di stato
guidato dal generale Augusto Pinochet dell’11
settembre 1973. I militari imboccarono una
politica decisamente liberistica, mediante lo
smantellamento delle protezioni doganali,
l’apertura di vaste opportunità per le iniziative
finanziarie straniere, la riprivatizzazione di tutte
le società nazionalizzate. Furono altresì restituiti
ai precedenti proprietari i latifondi già espropriati
e sciolte le cooperative agricole. Profondi tagli
alla spesa pubblica eliminarono le riforme in
campo assistenziale e sociale varate al tempo di
Allende. Si trattava di controriforme di chiaro
stampo neoliberista.
Negli anni Ottanta Ronald Reagan negli Stati
Uniti e Margaret Thatcher in Gran Bretagna,
dopo aver vinto le elezioni, introdussero radicali
riforme in senso liberista. Era l’inizio del trionfo
del neoliberismo, pronto a dilagare nei paesi
occidentali, in quelli orientali dopo il crollo del
socialismo reale, nella costruzione dell’unità
europea nonché in Cina, sotto l’impulso
propagatore dei vertici delle istituzioni finanziarie
sovranazionali: Banca Mondiale, Fondo
Monetario Internazionale, World Trade
Organization (Organizzazione mondiale del
commercio).
È evidente che, sotto la morsa della recessione
e della crescita del debito pubblico, il Governo
Renzi abbia scelto la vecchia strada delle
privatizzazioni come panacea di ogni male.

Analizzeremo il piano del Commissario Cottarelli
sulla spending review delle società partecipateavoratori reagiscono senza nessuna capacita di
legarsi ad altri settori coinvolti in analoghi
progetti, al massimo abbiamo assistito in alcune
città a lotte che hanno coinvolte 2 o 3 aziende
ma non si è mai riusciti a fare un ragionamento
complessivo, cittadino e tantomeno nazionale, a
fronte di un attacco che ha una chiara valenza
nazionale se non addirittura Europeo.
Troppo spesso le lotte di resistenza sono
“statiche”, cioè ci si limita nel dire “NO ALLA
PRIVATIZZAZIONE”.
E’ necessario opporsi non solo alle politiche di
privatizzazione ma anche a un pubblico inteso
come carrozzone clientelare dei vari politici di
turno, gli stessi che in modo bipartisan hanno
alimentato l’ideologica affermazione che privato
è bello. La lotta contro le politiche di
privatizzazione si deve coniugare con una nuova
idea di pubblico, di rilancio e riqualificazione dei
servizi basato sull’idea della partecipazione e
autogestione dei lavoratori e delle associazioni
degli utenti.
Dobbiamo considerare che lo strumento del
controllo dal basso, sulla qualità del servizio
erogato, sulle tariffe, sulla trasparenza delle
assunzioni e sulle condizioni di lavoro, un buon
servizio si dà solo se si ha un buon lavoro, sono
tutte condizioni imprescindibili per il
funzionamento di un servizio pubblico efficiente.
Nello stesso tempo è indispensabile costruire
una grande coalizione sociale e politica con i
sindacati, le organizzazioni politiche, le
associazioni, i movimenti e la cittadinanza
diffusa, che provi a fermare questa nuova
ondata di privatizzazioni e che riaffermi una
nuova idea di pubblico.
E’ chiaro che oggi l’unica organizzazione
sindacale che avrebbe la possibilità e la
capacità di unificare e ricomporre tutte le lotte e
le vertenze in difesa delle aziende pubbliche è la
CGIL (CISL e UIL sono ormai sindacati complici,
si impegnano nelle mobilitazioni solo quando la
lotta assume un carattere totale o largamente
maggioritario tra i lavoratori), ma i legami tra il
gruppo dirigente Cgil e le amministrazioni locali,
in particolare con il principale partito il PD
“impediscono” alla CGIL di svolgere il ruolo che
gli compete e quindi assistiamo a tante lotte e
vertenze tenute tutte rigorosamente separate.
Non possiamo più aspettare, il sindacalismo di
classe (SINDACATO È UN’ALTRA COSA, USB,
COBAS, CUB), deve superare le diffidenze, i
settarismi reciproci e lanciare un percorso di
unificazione delle lotte che deve vedere
protagonisti i delegati, gli attivisti dei movimenti
sociali, delle tante associazioni di cittadini, del
Forum dell’acqua, ma anche le organizzazioni
politiche, per costruire una grande mobilitazione
nazionale che coinvolga lavoratori e utenti.
Vogliamo riaffermare che l’organizzazione
popolare è essenziale per far si che in ogni lotta,
in ogni momento, le persone possano avere una
comprensione di come funziona il governo
locale e il contesto sociale e politico.
Esercitare una pratica superiore di democrazia
che cominci a mettere a nudo i limiti del sistema
rappresentativo, delle pratiche tecnocratiche,
questo praticare nuove forme di democrazia
partecipativa e di autogestione, retta da principi
etici di libertà e uguaglianza sociale, può
implicare un legame molto forte con il progetto di
superamento della società capitalista.
Infine non possiamo e non vogliamo dimenticare
che solo 3 anni fa, il 12 e 13 giugno del 2011 la
larga maggioranza dei cittadini italiani ha
espresso la chiara volontà che non solo l’acqua
deve rimanere pubblica ma anche tutti i servizi
pubblici locali.

(1) Dario di Nepi – Beni comuni e profittabilità in
“Guerra e Pace” aprile maggio 2010
(2) Giego Giachetti – Neoliberismo, postmodernità,
fine della storia – 2014
(3) Marco Bersani – Renzi peggio di Berlusconi: Beni
comuni quotati in Borsa – Attac Italia

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